Periodo storico
Tradizione mitica risalente alla fondazione di Troia; custodito a Roma dall’epoca regia
Fonti
Virgilio, Eneide II, 162-170 e IX, 151; Ovidio, Fasti VI, 421-454; Tito Livio, Ab Urbe Condita XXVI.27; Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane I.68-69

Il Palladio

Palladium (latino), Παλλάδιον (greco)
Antico simulacro ligneo di Minerva, salvato da Enea dall’incendio di Troia e custodito nel tempio di Vesta a Roma come garanzia sacra della perpetuità dello Stato.

Il Palladio è l’antico simulacro ligneo di Minerva, venerato come garanzia sacra della sopravvivenza di una città: la tradizione lo vuole caduto dal cielo su Troia ai tempi della sua fondazione, dono di Zeus a Dardano o a Ilo, con la promessa che finché fosse rimasto custodito entro le mura la città non sarebbe mai caduta.

Nella versione romana del mito, che diverge da quella greca in cui l’immagine viene trafugata da Ulisse e Diomede prima del saccheggio della città, è Enea a sottrarre il Palladio dalle fiamme di Troia insieme ai Penati domestici, come racconta Virgilio nell’Eneide: portato in salvo attraverso il lungo viaggio verso l’Italia, l’oggetto sacro diventa il pegno stesso della continuità tra la città distrutta e quella futura, fondata dai suoi discendenti.

Giunto a Roma, il Palladio viene custodito nel penetrale del tempio di Vesta, sottratto alla vista di chiunque tranne le vestali e il pontefice massimo: la sua presenza, insieme al fuoco perenne, è considerata pegno indissolubile della fortuna e della perpetuità di Roma, al punto che ogni minaccia al tempio, come l’incendio del 241 a.C., viene tramandata come un momento di pericolo esistenziale per lo Stato stesso.

Il Palladio incarna così un archetipo diffuso in molte culture mediterranee, quello dell’oggetto sacro la cui custodia segreta è indissolubilmente legata al destino politico di una comunità, e la sua traslazione da Troia a Roma tramite Enea è uno dei tasselli narrativi con cui la propaganda augustea salda le origini troiane della città alla sua missione imperiale.

La versione greca: il furto del Palladio

Nella tradizione greca, ripresa da fonti come i cicli epici post-omerici che completano la narrazione dell’Iliade, il Palladio non viene portato in salvo ma sottratto: un oracolo rivela che Troia non potrà cadere finché l’oggetto sacro resterà entro le sue mura, così Odisseo, celebre per l’astuzia, si introduce di notte in città travestito da mendicante e riesce a trafugare il simulacro insieme a un compagno, privando i Troiani della loro protezione divina poco prima dell’inganno finale del cavallo di legno.

Le due versioni del mito — quella greca del furto e quella romana della salvezza — non sono semplicemente contraddittorie tra loro, ma riflettono prospettive narrative opposte sullo stesso oggetto sacro: per i Greci il Palladio è il trofeo che rende possibile la vittoria finale, per i Romani è invece la reliquia che permette la rinascita del popolo sconfitto altrove. Questa duplice tradizione mostra come uno stesso simbolo religioso potesse essere reinterpretato da culture diverse per giustificare narrazioni di conquista o di continuità, a seconda di quale popolo se ne raccontasse la sorte nei propri testi fondativi.

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