Nella tomba di Naneferkaptah, principe e sacerdote vissuto generazioni prima di lui, riposa un oggetto che Setne Khamwas non riesce a smettere di desiderare: il Libro di Thot, lo scritto magico composto dallo stesso Thot con le proprie mani, capace di dare a chi lo legge il potere di comprendere il linguaggio degli animali, di vedere gli dèi nel cielo e nelle acque, e di dominare la natura stessa. Setne, sommo sacerdote di Ptah a Menfi e studioso instancabile di libri e iscrizioni antiche, sa dove si trova: discende nella tomba nonostante gli avvertimenti di chi lo circonda, certo che la propria dottrina basti a proteggerlo da qualunque insidia lo attenda sottoterra.
Nella camera sepolcrale trova non polvere e silenzio, ma tre spiriti ancora presenti e vigili: Naneferkaptah stesso, sua moglie Ahwere e il loro figlio, mummie che parlano come se il tempo non fosse passato. Ahwere non lo scaccia, ma gli racconta la storia della propria rovina: come Naneferkaptah avesse strappato il libro agli dèi con un inganno, e come quella conquista fosse costata la vita a lei, al figlio e infine a lui stesso, annegati o morti di dolore uno dopo l’altro. Il racconto è insieme una confessione e un avvertimento esplicito a non ripetere lo stesso errore.
Setne non desiste. Naneferkaptah, per non cedere il libro con la violenza, lo sfida a una partita di senet, il gioco da tavolo egizio del destino nell’aldilà: chi perde tre volte viene inghiottito dal pavimento della tomba fino al collo. Setne perde tutte e tre le partite e sprofonda progressivamente nel suolo, incapace di uscirne con le proprie forze. Si salva solo grazie al fratello Anhurerau, rimasto fuori dalla tomba, che scende a portargli un amuleto sacro capace di spezzare l’incantesimo: con quello in mano, Setne riesce finalmente a strappare il libro dalle mani dello spettro e a risalire alla luce.
Il castigo per l’audacia non tarda, ma non arriva come violenza aperta: si presenta sotto forma di illusione. Passeggiando per Menfi, Setne incontra Tabubu, una donna di bellezza sovrannaturale, e per possederla accetta di cederle ogni suo bene, di ripudiare i propri figli e infine — nell’illusione che lo trascina sempre più a fondo — di vederli gettati dalla finestra per far posto al nuovo amore. Nell’istante in cui compie l’ultimo passo, l’incantesimo si dissolve: Tabubu scompare, e Setne si ritrova nudo in mezzo alla strada di Menfi, davanti a tutti, umiliato oltre ogni possibile difesa della propria dignità sacerdotale.
Solo tornando a casa scopre che i figli sono vivi e sani: nulla di ciò che credeva di aver fatto era reale, ma la vergogna pubblica e il terrore della perdita hanno insegnato a Setne più di quanto avrebbe imparato da qualunque punizione fisica. Restituisce il libro alla tomba di Naneferkaptah, lo depone accanto al corpo dello spettro e, per riparare interamente il torto, fa riesumare le spoglie di Ahwere e del figlio altrove sepolte e le ricongiunge alla famiglia nella stessa camera sepolcrale, richiudendola per sempre. Il sapere riconquistato con l’inganno, insegna il racconto, va restituito con lo stesso rispetto con cui è stato sottratto.
