Periodo storico
Fonti
Byline della Rus' di Kiev; ciclo di Svjatogor (trascrizioni folkloristiche del XIX secolo)

Il’ja Muromec e Svjatogor

Святогор
Il'ja Muromec incontra il gigante Svjatogor, ne riceve la spada e parte della forza prima che la fatata cassa di pietra lo intrappoli per sempre.

Sulla strada verso i Monti Sacri, Il’ja Muromec incontra un cavaliere così enorme che il suo cavallo affonda a ogni passo, e la terra stessa sembra reggerlo a fatica: è Svjatogor, l’ultimo dei giganti primordiali, tanto colossale da non poter vivere altrove che sulle vette più remote, dove il suolo non cede sotto il suo peso. I due si riconoscono subito come pari per forza, se non per statura, e stringono un patto di fratellanza giurata: da quel momento cavalcano insieme, Ilya nella sacca da sella di Svjatogor per non restare indietro, come racconta la bylina con un’immagine che misura da sola la sproporzione fra i due mondi eroici che si stanno incontrando.

Durante il viaggio i due bogatyri si imbattono in un’enorme cassa di pietra abbandonata fra le rocce, scolpita come una bara ma senza nome né iscrizione. Svjatogor, incuriosito dalla propria sproporzione rispetto a ogni oggetto costruito da mano umana, decide di provarla per gioco: vi si stende dentro e scopre, con un misto di stupore e orgoglio, che la cassa è stata scavata esattamente sulla sua misura, come se lo attendesse da sempre. Ilya osserva in silenzio, avvertendo un presagio che il gigante, ridendo della propria buona sorte, non coglie.

Quando Svjatogor chiede a Ilya di richiudere il coperchio per gioco, quello si rifiuta a lungo, temendo l’esito, ma cede infine all’insistenza dell’amico. Il coperchio, una volta calato, non si solleva più: né la forza di Svjatogor, capace di reggere il peso della terra stessa, né i colpi di spada di Ilya riescono a incrinarlo. La cassa non era un semplice sarcofago abbandonato, ma la tomba destinata da sempre al gigante, l’unico luogo costruito apposta per contenere un corpo troppo grande per il mondo dei vivi.

Nell’oscurità della cassa sigillata, Svjatogor comprende che la propria epoca è finita: la terra che a stento lo sosteneva da vivo non aveva più posto per lui nemmeno da morto altrove che in quella tomba fatata. Prima di spirare, chiede a Ilya di avvicinare il volto alla fessura del coperchio e vi soffia dentro l’ultimo respiro, trasmettendogli una parte della propria forza sovrumana; con l’altra mano gli passa, attraverso la stessa fessura, la propria spada, l’unica arma della bylina abbastanza pesante da essere maneggiata solo da chi abbia ricevuto quel dono.

Ilya accetta il respiro e la spada, ma rifiuta di prendere tutta la forza che Svjatogor gli offre, temendo che il proprio corpo umano non riesca a contenerla: la bylina lascia intendere che, se l’avesse accettata per intero, la terra non avrebbe retto nemmeno lui. Resta così, alla fine dell’incontro, un erede parziale e misurato del gigante — abbastanza forte da diventare il primo fra i guerrieri della Rus’, ma non così smisurato da dover finire, come Svjatogor, sigillato in una tomba che il mondo stesso non può accogliere da vivo.

L’episodio segna il passaggio simbolico fra due ere della bylina: quella dei giganti primordiali, troppo grandi per la terra degli uomini, e quella dei bogatyri al servizio di Kiev, la cui forza — per quanto sovrumana — resta calibrata sulla misura di un regno da difendere. Svjatogor scompare dal ciclo epico proprio in questo momento: da qui in avanti, il racconto segue solo Ilya e i suoi compagni, eredi consapevoli di una potenza che hanno scelto di non portare fino in fondo.

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