Guarito dalla paralisi che lo aveva inchiodato per trent’anni a una panca di Karačarovo, Il’ja Muromec si mette in cammino verso Kiev per offrire la propria spada al principe Vladimir. Alla partenza sceglie la via diretta, quella che attraversa le foreste sulle rive del fiume Smorodina: gli abitanti dei villaggi lo avvertono che nessun viaggiatore la percorre da anni, perché la blocca Solov’ej-Razbojnik, l’Usignolo Brigante, un essere mezzo uomo e mezzo mostro annidato su sette querce contorte. Ilya, che ha appena ricevuto la forza sovrumana promessa dai pellegrini, decide di imboccarla comunque: è il primo banco di prova della potenza che gli è stata donata, e rifiutarlo significherebbe accettare che la paura di un solo bandito tenga chiusa la strada per la capitale.
Solov’ej non è un guerriero nel senso comune: la sua arma è un fischio acuto che abbatte gli uomini come falci nel grano, spezza i tronchi e fa crollare i tetti dei villaggi vicini. Nessuno lo ha mai affrontato a viso aperto, perché il suo grido uccide prima ancora che la spada possa colpire. Quando Ilya entra nella foresta a cavallo, il brigante lo individua e scaglia il fischio più potente di cui è capace, convinto di annientare anche questo nuovo venuto come ha fatto con ogni altro prima di lui.
Ma la forza bevuta da Ilya non è solo muscolare: resiste al colpo che avrebbe ucciso qualunque altro cavaliere e resta in sella. Prende l’arco, mira con precisione all’unico punto vulnerabile del corpo del mostro — l’occhio, in alcune varianti l’orecchio da cui nasce il fischio stesso — e lo colpisce. Solov’ej crolla dall’albero ferito e non ucciso: Ilya lo lega allora alla staffa della propria sella, come si fa con un prigioniero di guerra e non con una bestia da abbattere, e riprende la via di Kiev trascinandolo dietro di sé, vivo e ridotto al silenzio.
All’arrivo a corte, il principe Vladimir accoglie con incredulità il racconto di un fischio capace di radere al suolo una foresta: nessuno a palazzo ha mai visto Solov’ej, e la fama del suo potere sembra a molti un’esagerazione da cantastorie. Ilya propone allora una dimostrazione, e ordina al prigioniero di fischiare — ma solo a mezza forza, per non far crollare la sala su tutti i presenti. Solov’ej, ancora sperando di sfruttare l’occasione per uccidere Ilya e i cortigiani insieme, ignora l’ordine e libera il fischio pieno.
Il boato scardina le travi del soffitto, fa crollare parte del tetto e getta a terra decine di cortigiani; solo Ilya, ancora protetto dalla forza dei pellegrini, resta in piedi. Il principe scettico ha ora la prova che cercava, pagata dal panico della propria corte. Ilya, senza attendere ordini, trascina Solov’ej fuori dalle mura e lo decapita con la propria spada, ponendo fine per sempre alla minaccia che chiudeva la strada di Kiev.
L’episodio segna l’ingresso ufficiale di Ilya al servizio del principe: non è più un contadino guarito da un miracolo, ma il difensore che ha aperto con le proprie mani la via verso la capitale e ha costretto un potere scettico a riconoscere una minaccia reale. Da questo momento la bylina lo tratta come il primo fra i bogatyri di Kiev, il modello a cui ogni altro guerriero della Rus’ verrà paragonato nei racconti successivi.
