Nel racconto della creazione dell’umanità, tramandato soprattutto dal Fengsu Tongyi, un’opera del II secolo, la dea Nüwa, dal corpo per metà umano e per metà di serpente, si trova sola in un mondo appena formato, privo di creature capaci di popolarlo e di onorare gli dèi. Presa da un senso di solitudine, decide di plasmare esseri a propria immagine usando l’argilla gialla del fiume, modellandoli con cura, uno per uno, con le proprie mani.
Questi primi uomini, realizzati con pazienza e attenzione, diventano nella tradizione i nobili e i potenti, coloro che occupano le posizioni più alte della società. Stanca dopo aver creato un numero sufficiente di questi esseri privilegiati, ma desiderosa di popolare rapidamente l’intero mondo, Nüwa immerge allora una corda nel fango e la agita, facendo schizzare gocce di fango che, toccando terra, si trasformano a loro volta in esseri umani: sono questi, nella versione più diffusa del mito, gli uomini comuni, il popolo che costituisce la maggioranza dell’umanità.
Questa distinzione d’origine, fra uomini modellati a mano e uomini nati da gocce di fango, viene talvolta letta come un tentativo mitico di spiegare le disuguaglianze sociali già presenti nella Cina imperiale: un’origine comune, la stessa dea e la stessa argilla, ma un processo diverso che giustificherebbe differenze di status altrimenti difficili da accettare come naturali.
Alcune versioni del mito attribuiscono a Nüwa anche l’istituzione del matrimonio, spesso in coppia con Fuxi, presentato come suo fratello e sposo: dopo aver creato l’umanità, la dea avrebbe stabilito le regole dell’unione fra uomo e donna per garantire che la riproduzione continuasse senza il suo intervento diretto, affrancando gli uomini dalla necessità di un creatore sempre presente.
Il mito della creazione per mano di Nüwa convive nella tradizione cinese con altri racconti cosmogonici, in particolare quello di Pangu che separa cielo e terra, senza che le fonti antiche sentissero il bisogno di armonizzarli in una sequenza unica e coerente: la mitologia cinese arcaica tollera più tradizioni di origine parallele, spesso legate a regioni o lignaggi diversi, senza imporre un unico racconto canonico.
Ancora oggi il mito di Nüwa che plasma l’umanità dall’argilla resta uno dei racconti di creazione più noti e citati della cultura cinese, spesso richiamato nell’arte, nella letteratura e persino nella cultura popolare contemporanea come immagine di un’origine al contempo materna e artigianale dell’umanità.
Il carattere quasi artigianale del racconto, una dea che lavora l’argilla con le proprie mani anziché limitarsi a pronunciare un ordine creativo, distingue questo mito da molte altre cosmogonie che affidano la nascita dell’umanità a un atto di pura volontà divina, e contribuisce a spiegare perché Nüwa sia spesso rappresentata, nell’arte e nella devozione popolare, non solo come dea creatrice ma anche come artigiana e riparatrice, figura sempre pronta a intervenire manualmente per rimediare ai disordini del mondo.
