Tra gli episodi più struggenti del Shahnameh figura la vicenda di Siyavash, figlio del re Kay Kavus, allevato ed educato lontano dalla corte, nella regione del Sistan, sotto la tutela del più grande eroe della tradizione persiana, Rostam. Cresciuto in un ambiente di lealtà e disciplina guerriera, Siyavash torna alla corte del padre come modello di virtù principesca, ma proprio quella purezza morale lo renderà vulnerabile agli intrighi del palazzo.
Al suo ritorno, la giovane regina Sudabeh, seconda moglie di Kay Kavus, si innamora di lui e tenta ripetutamente di sedurlo. Siyavash rifiuta ogni approccio, fedele sia al padre sia ai propri principi, ma Sudabeh, temendo lo scandalo della propria iniziativa respinta, rovescia le accuse: si presenta al re graffiata e in lacrime, sostenendo di essere stata lei la vittima di un tentativo di violenza da parte del figliastro.
Kay Kavus, diviso tra l’amore per il figlio e le accuse della moglie, non riesce a stabilire la verità con i soli mezzi umani e ricorre a un’ordalia: Siyavash dovrà attraversare a cavallo un’immensa pira di legna ardente. Se è innocente, il fuoco non lo toccherà; se è colpevole, ne sarà consumato. Davanti alla corte radunata, Siyavash sprona il cavallo dentro le fiamme senza esitazione, in un atto che il Shahnameh descrive come prova suprema di innocenza affidata al giudizio del sacro piuttosto che a quello degli uomini.
Siyavash emerge dal fuoco illeso, la sua innocenza dimostrata davanti a tutti, mentre Sudabeh viene smascherata come colpevole. Ma la vicenda non si conclude con una piena riconciliazione: umiliato e diffidente nei confronti della corte che ha dubitato di lui, Siyavash chiede e ottiene di allontanarsi, trovando rifugio presso il sovrano di Turan, Afrasyab, nemico storico dell’Iran — una scelta che, per quanto comprensibile sul piano umano, lo espone a nuovi tradimenti e cospirazioni in terra straniera.
La morte di Siyavash, ucciso a tradimento dai cortigiani turanici gelosi della fiducia che Afrasyab gli concede, scatena un ciclo di guerre di vendetta tra Iran e Turan che occupa una delle sezioni più lunghe dell’intero Shahnameh. La sua figura, sopravvissuta nella tradizione popolare iranica anche come oggetto di lamenti rituali legati al lutto stagionale, rimane l’emblema per eccellenza dell’innocenza tradita dal sospetto e della lealtà pagata al prezzo più alto.
Il figlio nato dall’unione di Siyavash con la principessa turanica Farangis, il futuro re Kay Khosrow, diventerà lo strumento della vendetta paterna, riconquistando il trono d’Iran e punendo infine Afrasyab per il tradimento subito dal padre. In questo modo la vicenda di Siyavash non si chiude come una semplice tragedia isolata, ma si inserisce nel grande disegno dinastico del Shahnameh, dove ogni ingiustizia commessa contro un innocente genera, nella generazione successiva, un ordine ripristinato attraverso la giustizia degli eredi.
