Dopo aver domato il grande diluvio che aveva devastato il regno, l’eroe Yu il Grande, divenuto fondatore della dinastia Xia, decide di consolidare la propria autorità e quella del nuovo ordine politico attraverso un gesto simbolico di portata straordinaria: fa fondere nove giganteschi calderoni di bronzo, i Jiuding, uno per ciascuna delle nove province in cui aveva diviso il territorio dopo aver arginato le acque.
Su ciascun calderone, secondo la tradizione, vengono incise le immagini delle creature, degli spiriti e dei pericoli caratteristici della provincia corrispondente, informazioni raccolte durante gli anni trascorsi da Yu a viaggiare per il regno nel tentativo di domare le acque. Le urne diventano così non solo simboli di sovranità territoriale, ma anche una sorta di mappa magica e pratica, capace di avvertire i viaggiatori sui pericoli soprannaturali che li attendono in ciascuna regione.
Il possesso delle Nove Urne diventa, nei secoli successivi, l’emblema stesso della legittimità dinastica: chi le detiene governa con il mandato del cielo, chi le perde lo perde con esse. Le cronache storiche successive raccontano di dinastie che si contendono le urne, le fanno trasportare da una capitale all’altra, e persino di sovrani che, spinti da ambizione eccessiva, chiedono di conoscerne il peso esatto, gesto interpretato come un affronto sacrilego all’ordine costituito.
Secondo la tradizione, le urne scomparvero misteriosamente verso la fine del periodo degli Stati Combattenti o all’inizio della dinastia Qin, forse sprofondate in un fiume durante un trasporto, forse semplicemente perdute nel caos delle guerre fra stati. La loro scomparsa venne interpretata da molti come il segno che il mandato celeste si fosse ritirato dalle dinastie del tempo, in attesa di un nuovo sovrano meritevole.
Il mito delle Nove Urne di Yu ha lasciato un’impronta linguistica duratura nella lingua cinese: ancora oggi l’espressione “chiedere il peso delle urne” (wen ding) viene usata per indicare chi aspira illegittimamente al potere supremo, mentre il numero nove, già associato alle urne, è rimasto per secoli un numero fortemente connotato di regalità e completezza cosmica.
Il racconto colloca così Yu, già celebrato come eroe che salva il mondo dalle acque, anche come fondatore dell’ordine politico e amministrativo cinese, un doppio ruolo, domatore della natura e organizzatore dello stato, che nessun’altra figura della mitologia cinese arcaica riesce a eguagliare per estensione simbolica.
Questo mito, più politico che cosmologico nel suo impianto, mostra bene come la mitologia cinese arcaica non separi nettamente il racconto delle origini del mondo da quello della legittimità del potere terreno: le stesse categorie, ordine contro caos, virtù riconosciuta contro usurpazione, attraversano tanto i miti cosmogonici quanto le leggende fondative della regalità storica.
