Il mito del fuoco sacro di Tongariro racconta come Ngātoro-i-rangi, il sacerdote-navigatore giunto in Nuova Zelanda a bordo della canoa Te Arawa, decise di esplorare l’entroterra dell’Isola del Nord insieme alla schiava Auruhoe, spingendosi fino alla vetta dell’alto massiccio vulcanico centrale per rivendicarne simbolicamente il possesso in nome del suo popolo. La tradizione racconta che, per compiere quest’impresa, Ngātoro-i-rangi avesse imposto un tapu rigoroso ai propri compagni rimasti alla base della montagna, vietando loro di mangiare finché non fosse tornato.
Durante la scalata, però, una violenta tempesta di neve sorprese Ngātoro-i-rangi e la sua compagna, mentre contemporaneamente, secondo alcune versioni del racconto, i compagni rimasti a valle infransero il tapu imposto e consumarono cibo prima del suo ritorno, indebolendo così la protezione spirituale che avrebbe dovuto assisterlo durante l’ascesa. Sorpreso dal freddo estremo e ormai prossimo alla morte assiderato, Ngātoro-i-rangi lanciò un disperato appello rituale (karakia) verso Hawaiki, invocando le sue sorelle Kuiwai e Haungaroa affinché gli inviassero il fuoco sacro capace di salvarlo.
Le sorelle, insieme a un gruppo di divinità del fuoco vulcanico, risposero all’invocazione facendo viaggiare le fiamme sotto l’oceano e sotto la terra stessa, un percorso sotterraneo che secondo la tradizione spiega perché lungo tutta la linea che va dall’isola vulcanica di Whakaari (White Island), al largo della costa, fino a Tongariro nell’entroterra, si trovino sorgenti termali, geyser e altre manifestazioni geotermali: sarebbero le tracce lasciate dal passaggio del fuoco sacro diretto in soccorso di Ngātoro-i-rangi.
Il fuoco raggiunse la vetta appena in tempo, riscaldando Ngātoro-i-rangi e salvandogli la vita, ma nella versione più diffusa del racconto la compagna Auruhoe non sopravvisse alla prova, e il suo nome fu dato in memoria al vicino cratere del monte Ngauruhoe, tuttora attivo. Il gesto di Ngātoro-i-rangi, oltre a garantirgli la sopravvivenza, sancì anche il suo diritto ancestrale sulla montagna, fondamento della successiva rivendicazione di appartenenza territoriale da parte del popolo Ngāti Tūwharetoa, che da lui discende.
Questo racconto, per struttura e significato, si accosta ad altri miti polinesiani che legano l’origine dei fenomeni vulcanici a un intervento divino diretto, come nel caso della dea Pele alle Hawaii: in entrambe le tradizioni il vulcano non è un accidente geologico neutro, ma il segno tangibile di un patto, di una prova superata o di una collera scatenata, un principio narrativo ricorrente in tutta la cosmologia polinesiana del Pacifico.
Ancora oggi il racconto del fuoco di Ngātoro-i-rangi resta vivo nella memoria del popolo Ngāti Tūwharetoa, che nel 1887 donò le vette sacre di Tongariro, Ngauruhoe e Ruapehu alla Corona neozelandese proprio per proteggerle dalla vendita a privati, un gesto che portò nel 1887 alla nascita del primo parco nazionale della Nuova Zelanda e tra i primi al mondo. Il cratere di Ngauruhoe, che porta il nome della compagna di Ngātoro-i-rangi perita nella tempesta, è oggi riconosciuto anche fuori dal contesto māori come uno dei profili vulcanici più fotografati del Pacifico, ma per il popolo che lo custodisce resta prima di tutto un luogo tapu, da avvicinare con lo stesso rispetto che il racconto attribuisce al sacerdote-navigatore.
