Accanto all’impresa più celebre contro lo Shuten-dōji, la tradizione popolare giapponese attribuisce a Minamoto no Yorimitsu un secondo, altrettanto temuto scontro soprannaturale: quello contro Tsuchigumo, il “ragno di terra”, uno yōkai capace di assumere sembianze umane per insinuarsi indisturbato nella capitale e tessere le proprie trame contro chiunque minacci il proprio dominio nascosto.
Il racconto, tramandato soprattutto attraverso il Konjaku Monogatarishū e le successive rielaborazioni pittoriche a rotolo (emaki), si apre con Yorimitsu colpito da una febbre misteriosa che nessun rimedio riesce a placare: notte dopo notte il guerriero peggiora, tormentato da incubi in cui una presenza indistinta sembra soffocarlo mentre dorme, un dettaglio che nelle versioni più tarde della leggenda viene esplicitamente collegato a un attacco magico portato dallo yōkai stesso, capace di indebolire le proprie vittime a distanza prima ancora di affrontarle.
Una notte, mentre la febbre lo tiene ancora prigioniero del letto, Yorimitsu vede avvicinarsi alla propria stanza un monaco mai visto prima, che si offre di curarlo con un rimedio miracoloso: qualcosa nello sguardo dello sconosciuto, tuttavia, mette in allarme il guerriero, che invece di accettare l’offerta afferra la propria spada e colpisce di slancio la figura incappucciata. Il monaco svanisce lasciando dietro di sé una scia di sangue, e la febbre di Yorimitsu si dissolve nello stesso istante, segno inequivocabile che la creatura e la malattia erano un’unica, medesima minaccia.
Al mattino Yorimitsu convoca i propri quattro fedeli compagni, gli shitennō, e insieme seguono la traccia di sangue fuori dalla capitale, fino a un antico tumulo sepolcrale nascosto tra le colline, dove il terreno stesso sembra sprofondare in una voragine scavata dalla creatura. All’interno della tana, i guerrieri scoprono non un semplice mostro solitario ma un intero covo, circondato dalle ossa sbiancate di innumerevoli vittime scomparse nel corso degli anni: solo allora Tsuchigumo rivela la propria vera forma, un ragno gigantesco dalle zampe capaci di intrappolare un uomo in una singola morsa.
Nello scontro finale, la spada già macchiata dal primo colpo notturno, un tempo chiamata Hizamaru, viene ribattezzata Kumogiri, letteralmente “tagliaragno”, in onore della vittoria: l’arma entra così a far parte del tesoro tramandato del clan Minamoto, accanto ad altre lame leggendarie, a testimonianza di come per la nobiltà guerriera giapponese un’impresa soprannaturale potesse consacrare per sempre un oggetto reale in reliquia di famiglia.
Letto insieme all’episodio dello Shuten-dōji, lo scontro con Tsuchigumo completa il profilo di Yorimitsu come cacciatore di demoni per eccellenza del folklore giapponese medievale: se la sconfitta del demone del monte Ōe mostra l’eroe capace di inganno e astuzia contro una minaccia dichiarata, la vittoria sul ragno di terra lo mostra vigile anche contro il pericolo travestito, capace di riconoscere il nemico nascosto sotto un’apparenza rassicurante prima ancora che questi riveli la propria vera natura.
