Il ciclo di Setne Khamwas racconta, in due racconti distinti del corpus demotico, la stessa parabola vista da due angolazioni opposte: la conquista imprudente di un sapere non dovuto e l’apprendimento, più tardo e più duro, di cosa quel sapere avrebbe dovuto insegnargli fin dall’inizio.
Nel primo racconto, Setne e il Libro di Thot, il sommo sacerdote scende nella tomba del principe Naneferkaptah per strappargli il libro magico composto dallo stesso dio Thot, sfida il suo spettro a una partita di senet e riesce a impossessarsene solo con l’aiuto del fratello. La punizione per l’audacia arriva sotto forma di un’illusione umiliante orchestrata dalla bella Tabubu, che lo costringe a restituire il libro e a riparare il torto fatto alla famiglia di Naneferkaptah.
Nel secondo, Si-Osiri e il viaggio nell’aldilà, è il figlio prodigio di Setne — rivelatosi poi uno spirito sapiente mandato sulla terra per una missione precisa — a condurre il padre nel Duat per mostrargli come la bilancia di Maat pesi le azioni di una vita e non lo sfarzo della sua sepoltura: un povero giusto viene premiato accanto a Osiride, un ricco ingiusto sconta la propria colpa nonostante il corteo funebre sontuoso.
Letti in sequenza, i due episodi formano un’unica traiettoria di maturazione: prima Setne cerca il potere della conoscenza per il proprio prestigio e ne paga il prezzo nell’umiliazione pubblica; poi, ormai temperato, riceve dal figlio la lezione complementare sul valore reale di una vita, che non si misura né in libri sottratti agli dèi né in ricchezze accumulate, ma nella rettitudine delle proprie azioni. Il ciclo di Setne resta, in questo senso, una delle riflessioni più esplicite dell’Egitto tardo sul confine fra sapienza legittima e orgoglio intellettuale, incarnata non in una divinità ma in un uomo storicamente esistito, reinventato dalla tradizione come monito per ogni lettore troppo sicuro della propria dottrina.
Dietro la figura letteraria di Setne si cela un personaggio storicamente documentato, Khaemwaset, quarto figlio di Ramses II e sommo sacerdote di Ptah a Menfi, celebre in vita per essere stato il primo restauratore di monumenti della storia egizia: fece incidere il proprio nome sulle piramidi di Giza e Saqqara che aveva fatto riparare, alimentando una fama di erudizione e familiarità con le tombe antiche che, mille anni dopo la sua morte, i narratori del periodo tolemaico trasformarono nel protagonista di questo ciclo di racconti demotici. Gli studiosi hanno notato come la struttura del secondo episodio — un povero premiato e un ricco punito nell’aldilà in base alle proprie azioni — anticipi motivi che ricorreranno secoli più tardi in altre tradizioni religiose del Mediterraneo orientale, segno di quanto profondamente il tema della giustizia postuma fosse radicato nella cultura egizia ben prima di diffondersi altrove.
Non a caso i due racconti sono spesso letti come un dittico morale complementare: dove Setne I punisce l’ambizione di possedere un sapere riservato agli dèi, Setne II premia la giustizia silenziosa di chi non ha mai posseduto nulla. Setne stesso, sacerdote e non guerriero, non conquista la propria maturità con la spada ma con due umiliazioni consecutive — quella pubblica di Tabubu e quella privata davanti al giudizio del Duat — che la tradizione egizia sceglie come le uniche prove degne di un uomo la cui vera arma è la conoscenza.
