Periodo storico
Fonti
Konjaku Monogatarishū; rotoli illustrati (emaki) del ciclo di Yorimitsu

Le imprese di Minamoto no Yorimitsu

Sintesi del ciclo di Minamoto no Yorimitsu: la sconfitta dello Shuten-dōji e la caccia a Tsuchigumo, il ragno di terra.

Minamoto no Yorimitsu, noto anche come Raikō, capo storico del clan Minamoto vissuto tra il X e l’XI secolo, viene trasfigurato dal folklore giapponese medievale in un cacciatore di demoni la cui fama riposa su due imprese distinte ma complementari, entrambe tramandate soprattutto attraverso il Konjaku Monogatarishū e le successive rielaborazioni in rotoli illustrati (emaki), e per questo lette spesso in coppia come un unico ciclo di gesta contro il soprannaturale.

La prima e più celebre impresa è la sconfitta dello Shuten-dōji, il demone bevitore di sakè che terrorizzava la regione del monte Ōe rapendo fanciulle dalla capitale. Travestitosi da monaco pellegrino insieme ai propri quattro fedeli compagni, gli shitennō, Yorimitsu si introduce nella tana del demone, lo inganna con un sakè avvelenato dagli dèi e lo decapita nel sonno; l’episodio, raccontato per intero ne Il mito di Shuten-dōji, mostra un Yorimitsu capace di inganno e astuzia calcolata contro una minaccia dichiarata e già nota a tutta la capitale.

La seconda impresa, meno nota ma ugualmente radicata nella tradizione, vede Yorimitsu affrontare Tsuchigumo, il “ragno di terra”, uno yōkai capace di assumere forma umana per insinuarsi indisturbato nella capitale: qui il pericolo non è dichiarato ma travestito, nascosto prima dietro una febbre misteriosa e poi dietro le sembianze di un monaco venuto a offrire cure. Solo l’istinto del guerriero, che colpisce lo sconosciuto invece di accettarne l’aiuto, rivela l’inganno, e la caccia che segue, raccontata ne Minamoto no Yorimitsu e il Ragno di Terra, porta alla scoperta di un intero covo nascosto in un antico tumulo, dove il ragno gigante viene infine abbattuto.

Le due imprese, lette insieme, completano un profilo eroico a due facce: contro lo Shuten-dōji Yorimitsu è il condottiero che pianifica un assedio sotto mentite spoglie contro un nemico già identificato, mentre contro Tsuchigumo è la vittima stessa che deve prima riconoscere di essere sotto attacco prima ancora di poter reagire. In entrambi i casi, tuttavia, la vittoria non arriva mai per sola forza fisica: nel primo caso serve l’inganno preparato in anticipo, nel secondo l’istinto capace di percepire il pericolo nascosto sotto un’apparenza rassicurante.

Entrambe le imprese lasciano inoltre una traccia materiale duratura nella tradizione del clan Minamoto: la spada Kumogiri, ribattezzata così dopo la vittoria su Tsuchigumo, entra a far parte del tesoro di famiglia accanto ad altre lame leggendarie, mentre la devozione di Yorimitsu verso Hachiman, il kami della guerra e patrono del clan, invocato prima di ogni impresa, salda per sempre nella memoria popolare il destino dei Minamoto alla protezione divina.

Non vanno lette come cronaca storica, avvertono gli studiosi del folklore giapponese, ma come un genere narrativo a sé, il monogatari di caccia ai demoni: un condottiero capace di sconfiggere l’ignoto soprannaturale, sia esso dichiarato come lo Shuten-dōji o nascosto come Tsuchigumo, diventava agli occhi della popolazione garante credibile anche dell’ordine sociale nel mondo reale, legittimando simbolicamente il potere emergente della classe guerriera.

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