Periodo storico
Grecia arcaica e classica (tradizione orale a partire dall'VIII sec. a.C.)
Fonti
Apollodoro, Biblioteca II.5; Diodoro Siculo, Biblioteca storica IV.11-26

Le Cavalle di Diomede

Cavalle di Diomede
Ottava fatica di Eracle: la cattura delle cavalle uomomivore del re Diomede in Tracia, segnata dalla morte del compagno Abdero.

L’ottava fatica portò Eracle in Tracia, alla corte del re Diomede, per sottrargli le sue cavalle, animali di una ferocia innaturale che il sovrano nutriva con la carne degli stranieri sventurati che capitavano nel suo regno, gettandoli in pasto alle bestie invece di offrire loro la consueta ospitalità dovuta ai viaggiatori nel mondo greco. Diomede era figlio di Ares, dio della guerra, e questa discendenza spiegava, secondo la tradizione, la natura sanguinaria sia del re sia delle sue cavalle uomomivore.

Euristeo, nell’assegnare questa fatica, sperava forse che l’inganno e la crudeltà del re tracio riuscissero infine a sopraffare l’eroe dove i mostri avevano fallito: qui il pericolo non era solo la forza bruta degli animali, ma l’ospitalità tradita di un sovrano che trasformava in trappola mortale l’accoglienza dovuta a ogni straniero, violando uno dei principi più sacri della civiltà greca antica.

Eracle si recò in Tracia accompagnato da un gruppo di compagni volontari, tra cui, secondo alcune versioni del mito, il giovane Abdero, che gli sarebbe rimasto particolarmente caro. Giunto al palazzo di Diomede, l’eroe riuscì a sopraffare le guardie che sorvegliavano le cavalle e a condurle verso la costa, ma il re, avvertito della fuga, radunò rapidamente il proprio esercito e si lanciò all’inseguimento.

Fu in questo frangente che la fatica prese una piega tragica: Eracle affidò temporaneamente la custodia delle cavalle al giovane Abdero mentre tornava indietro a fronteggiare Diomede e i suoi soldati, ma le bestie, ancora affamate di carne umana, si rivoltarono contro il loro custode e lo divorarono prima che l’eroe potesse tornare a salvarlo. Sconfitto e ucciso Diomede in battaglia, Eracle compì un gesto di equivalenza simbolica gettando il corpo del re alle stesse cavalle che aveva nutrito con vittime innocenti per tutta la vita, costringendole a cibarsi del proprio padrone.

Placata dalla carne del re tracio, la furia innaturale delle cavalle si spense: divorato Diomede, gli animali si calmarono e divennero infine docili, permettendo a Eracle di condurle senza ulteriori difficoltà fino a Micene. In memoria di Abdero, l’eroe fondò sul luogo della sua morte una città che ne portò il nome, Abdera, trasformando così una perdita personale in un atto di fondazione duratura, secondo una pratica di commemorazione ricorrente nei racconti eroici greci.

Euristeo, ricevute le cavalle ormai mansuete, le consacrò a Era, secondo alcune fonti, oppure le lasciò libere sul monte Olimpo dove sarebbero state infine sbranate da animali selvatici. La fatica delle cavalle di Diomede resta tra le più cupe del ciclo: a differenza delle prove contro mostri impersonali, qui l’avversario è un uomo che ha corrotto le leggi dell’ospitalità, e la vittoria di Eracle comporta un prezzo umano, la morte di un compagno, che nessuna delle fatiche precedenti aveva ancora richiesto.

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