Le dodici fatiche sono, nella mitologia greca, la serie di imprese impossibili imposte a Eracle dal re Euristeo di Micene come penitenza per aver ucciso, in un accesso di follia scatenato da Era, la propria moglie e i propri figli.
Tra le prove più celebri figurano l’uccisione del leone di Nemea, dalla pelle impenetrabile a qualsiasi arma, e la sconfitta della temibile Idra di Lerna, il serpente multicefalo capace di far rigenerare due teste per ognuna tagliata, sconfitto solo cauterizzando immediatamente ogni ferita con il fuoco.
Le fatiche successive spaziano dalla cattura di creature leggendarie — la cerva di Cerinea, il cinghiale di Erimanto, gli uccelli del lago Stinfalo — alla pulizia delle stalle di Augia in un solo giorno deviando il corso di due fiumi, fino a imprese che portano Eracle ai confini del mondo conosciuto, come il recupero dei pomi d’oro delle Esperidi o la cattura del cane infernale Cerbero dagli inferi.
Il completamento di tutte le dodici fatiche, ognuna delle quali Euristeo tenta di squalificare con pretesti tecnici pur di prolungare la punizione, segna la definitiva purificazione di Eracle e la sua trasformazione da assassino tormentato dalla follia divina a eroe più celebrato di tutta la mitologia greca, meritevole infine dell’apoteosi e dell’ingresso tra gli dèi dell’Olimpo.
Le squalifiche tecniche di Euristeo
Euristeo, terrorizzato da Eracle al punto da nascondersi in un’anfora di bronzo durante le consegne delle prove, tenta di sottrarsi al conteggio dichiarando non valide due fatiche già completate: l’uccisione dell’Idra, perché Eracle si era fatto aiutare dal nipote Iolao nel cauterizzare le teste, e la pulizia delle stalle di Augia, perché Eracle aveva preteso un compenso dal re Augia in cambio del lavoro. Questi cavilli costringono l’eroe ad affrontare due fatiche supplementari, portando il numero reale delle imprese sostenute ben oltre le dieci inizialmente pattuite.
L’inganno ad Atlante
Per recuperare i pomi d’oro, custoditi dal drago Ladone e dalle ninfe Esperidi, Eracle escogita uno stratagemma nei confronti del titano Atlante, condannato a reggere la volta celeste sulle spalle: si offre di sostenerne temporaneamente il peso se Atlante, libero per un momento, coglierà personalmente i frutti proibiti a lui soli accessibili. Quando Atlante torna con i pomi ma manifesta l’intenzione di lasciare per sempre il fardello a Eracle, l’eroe finge di accettare, chiedendo solo di poter sistemare un cuscino sulle spalle per alleviare il peso: non appena Atlante riprende il cielo per concedergli quel momento, Eracle raccoglie i pomi e si allontana, lasciando il titano nuovamente ingannato al proprio posto.
Tra le fatiche non ancora citate figura anche la cattura dei buoi del mostro tricorporeo Gerione, custoditi ai confini occidentali del mondo conosciuto: per raggiungere quella terra remota Eracle innalza, secondo la tradizione, le due colonne rocciose che affiancano lo stretto tra l’Europa e l’Africa, tramandate fino a oggi come le Colonne d’Ercole, un toponimo che testimonia quanto profondamente il ciclo delle fatiche abbia lasciato traccia anche nella geografia reale del Mediterraneo antico.
