Il gioco della palla contro i signori di Xibalbá è uno degli episodi centrali del Popol Vuh: quando i signori del regno dei morti sentono il rumore dei giochi che Hunahpú e Ixbalanqué praticano sulla superficie della terra, come già avevano fatto il padre e lo zio dei gemelli prima di loro, inviano i loro messaggeri (i gufi) a convocare i due giovani nell’oltretomba per una sfida che è in realtà una trappola mortale mascherata da competizione sportiva.
Prima di affrontare direttamente la partita, i gemelli devono superare una serie di prove crudeli nelle Case del Tormento di Xibalbá: la Casa Oscura, la Casa dei Coltelli, la Casa del Freddo, la Casa dei Giaguari, la Casa del Fuoco e infine la Casa dei Pipistrelli, ciascuna concepita per uccidere gli sfidanti attraverso l’inganno, proprio come era accaduto al padre Hun Hunahpú e allo zio Vucub Hunahpú in una generazione precedente, che non erano sopravvissuti alla medesima serie di prove.
A differenza dei loro predecessori, però, Hunahpú e Ixbalanqué superano ogni prova grazie all’astuzia: nella Casa dei Coltelli promettono carne agli spiriti delle lame per calmarli, nella Casa del Freddo bruciano pigne di pino per scaldarsi, e nella Casa dei Pipistrelli, la più pericolosa, si nascondono dentro le loro cerbottane per sfuggire agli attacchi dei pipistrelli assassini, sebbene Hunahpú perda temporaneamente la testa, decapitato da uno degli attacchi, salvata poi da Ixbalanqué con l’aiuto di una zucca intagliata a sostituirla.
La partita di pelota vera e propria si gioca con una palla che i signori di Xibalbá tentano di sostituire con un teschio esplosivo o con lame nascoste, ma i gemelli, sempre vigili, scoprono l’inganno e chiedono di ispezionare la palla prima di ogni lancio, dimostrando una prudenza e un’intelligenza tattica che li distingue nettamente dall’ingenuità fatale dei loro predecessori.
Dopo aver ripetutamente eluso le trappole dei signori dell’oltretomba, i gemelli mettono in scena il proprio inganno finale: si lasciano bruciare vivi in un forno, per poi rinascere sotto mentite spoglie come guaritori itineranti capaci di resuscitare i morti, un potere che dimostrano prima su piccoli animali e infine, ingannando gli stessi sovrani di Xibalbá, su loro stessi, prima di rivelarsi e sconfiggere definitivamente il regno della morte.
Il mito del gioco della palla codifica narrativamente anche il significato rituale reale del gioco della pelota praticato in tutte le città Maya classiche: le partite cerimoniali, giocate su campi monumentali affiancati da templi, spesso si concludevano con il sacrificio del capitano della squadra perdente, un’eco diretta della sfida mortale tra i gemelli e i signori della morte narrata nel Popol Vuh.
