La sesta fatica riportò Eracle ad affrontare una minaccia più vicina, nello spirito, alle prime imprese contro creature mostruose: scacciare o uccidere gli uccelli del lago Stinfalo, in Arcadia, uno stormo enorme di volatili dal becco, dagli artigli e dalle piume di bronzo, capaci di scagliare le proprie penne come frecce letali e di nutrirsi di carne umana. Gli uccelli avevano invaso la regione in numero tale da oscurare il cielo quando si levavano in volo insieme, distruggendo i raccolti e rendendo la zona intorno al lago disabitabile per il terrore che incutevano.
Secondo alcune versioni del mito, gli uccelli Stinfalidi erano fuggiti in quella regione paludosa per sfuggire a un branco di lupi, moltiplicandosi poi senza controllo grazie all’assenza di predatori naturali capaci di minacciare creature dalle piume di metallo. La palude intorno al lago era così fitta di canneti e acque stagnanti che nessun cacciatore poteva avvicinarsi abbastanza da colpire lo stormo prima che questo si levasse in volo, mettendo l’inseguitore fuori portata e, contemporaneamente, in pericolo per la pioggia di penne aguzze.
Eracle si trovò di fronte a un problema diverso da quelli affrontati fino ad allora: non un singolo avversario da colpire con la forza, ma una moltitudine dispersa in un terreno che rendeva impossibile l’avvicinamento silenzioso. Fu Atena, secondo la tradizione tramandata da Apollodoro, a fornirgli la soluzione, donandogli un paio di crotali di bronzo forgiati da Efesto: strumenti a percussione il cui suono acuto e metallico era pensato apposta per disturbare creature dal piumaggio di metallo.
Salito su un’altura che dominava il lago, Eracle agitò i crotali producendo un fragore assordante che spaventò l’intero stormo, costringendo migliaia di uccelli a levarsi in volo tutti insieme in preda al panico. Fu in quel momento, con le creature finalmente esposte in cielo aperto e lontane dal riparo dei canneti, che l’eroe poté colpirle con l’arco, abbattendone un gran numero mentre il resto dello stormo fuggiva terrorizzato verso le isole del Mar Nero, lontano per sempre dall’Arcadia.
Alcune fonti successive, tra cui gli autori legati al mito degli Argonauti, raccontano che gli uccelli Stinfalidi sopravvissuti si sarebbero rifugiati sull’isola di Aretiade, dove anni dopo avrebbero nuovamente attaccato la nave Argo, costringendo Giasone e il suo equipaggio a ripetere lo stesso stratagemma del fragore metallico appreso indirettamente dall’impresa di Eracle, a riprova di come le imprese dell’eroe si intreccino con altri cicli narrativi greci.
La fatica degli uccelli Stinfalidi è tra le più brevi da narrare nelle fonti antiche, ma non meno significativa nel ciclo: qui la vittoria non dipende dalla forza fisica né dall’inseguimento prolungato, ma dall’intuizione di un rumore studiato per sfruttare la natura specifica del nemico, con il dono di una dea a colmare il divario che la sola prestanza fisica di Eracle non avrebbe potuto superare da sola.
