Periodo storico
Grecia arcaica e classica (tradizione orale a partire dall'VIII sec. a.C.)
Fonti
Apollodoro, Biblioteca II.5; Diodoro Siculo, Biblioteca storica IV.11-26

Il Cinghiale di Erimanto

Cinghiale di Erimanto
Quarta fatica di Eracle: la cattura del Cinghiale di Erimanto nella neve, segnata dalla tragica centauromachia che ferisce Chirone e uccide Folo.

La quarta fatica riportò Eracle a un compito più vicino nello spirito alla prima impresa contro il leone di Nemea: catturare vivo il Cinghiale di Erimanto, una belva enorme che devastava i campi e i villaggi dell’Arcadia scendendo dalle pendici del monte omonimo. Come per la cerva, Euristeo pretendeva l’animale vivo e non morto, complicando ulteriormente un compito già arduo contro una creatura di forza e ferocia proverbiali.

Prima di affrontare il cinghiale, secondo la tradizione tramandata da Apollodoro, Eracle si fermò presso la dimora del centauro Folo, che lo accolse offrendogli carne cruda e chiedendogli di aprire, su insistenza dell’ospite, un’anfora di vino sacro appartenente in comune a tutti i centauri della regione. L’odore del vino attirò rapidamente gli altri centauri, che si avventarono furiosi contro Eracle accusandolo di aver violato un bene collettivo, dando origine a un violento scontro noto come centauromachia di Foloe.

Nella mischia che ne seguì, Eracle scagliò le proprie frecce avvelenate dal sangue dell’Idra contro i centauri in fuga, colpendo per errore il saggio Chirone, immortale e maestro di eroi, che pur sopravvivendo alla ferita ne soffrì un dolore incurabile fino a quando, secoli dopo, avrebbe scambiato la propria immortalità con la libertà di Prometeo. Lo stesso Folo, esaminando incuriosito una delle frecce cadute, si ferì mortalmente lasciandola scivolare su un piede, morendo per lo stesso veleno che l’eroe portava con sé fin dalla seconda fatica.

Solo dopo questa tragica parentesi Eracle si dedicò alla caccia vera e propria del cinghiale. Comprendendo che affrontarlo in campo aperto avrebbe significato uno scontro fisico pericoloso quanto inutile, decise di inseguirlo con grida e clamore fino a spingerlo verso le zone più alte del monte, dove la neve profonda ancora presente in quella stagione rallentava i movimenti della belva molto più di quelli dell’eroe stesso.

Intrappolato nella neve, il cinghiale perse la propria agilità e la propria capacità di caricare, ed Eracle riuscì a legarlo con catene e a caricarselo letteralmente sulle spalle per il viaggio di ritorno verso Micene, vivo come richiesto. La scena del suo arrivo, con l’animale ancora furente issato sulle spalle dell’eroe, è tra le più rappresentate nella ceramica greca antica: secondo Apollodoro, alla vista del mostro Euristeo fu preso da un terrore tale da nascondersi in una giara di bronzo, ripetendo la stessa reazione già avuta davanti alla pelle del leone di Nemea.

La fatica del cinghiale di Erimanto, per quanto meno elaborata nella sua risoluzione rispetto ad altre imprese del ciclo delle dodici fatiche, resta importante per le conseguenze che innesca: la morte di Folo e la ferita di Chirone segnano una delle poche occasioni in cui la violenza di Eracle produce un danno non voluto e irreparabile, introducendo nel ciclo un’ombra di tragedia che accompagnerà l’eroe anche nelle imprese successive, ricordando che persino le sue vittorie più semplici portano con sé un prezzo.

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