Il monte Damāvand, la vetta più alta dell’Iran con i suoi oltre 5.600 metri, situato nella catena montuosa dell’Elburz a nord di Teheran, occupa un posto di primissimo piano nella geografia sacra e nell’immaginario mitologico persiano: secondo la tradizione epica tramandata dallo Shahnameh, è proprio sotto questa imponente montagna vulcanica che l’eroe Fereydun incatenò per l’eternità il drago tiranno Azhi Dahaka, dopo averlo sconfitto in battaglia senza però riuscire, o voler, ucciderlo definitivamente.
La scelta di questa montagna come prigione eterna del mostro non è casuale: la sua natura vulcanica, con fumarole di zolfo ancora oggi attive lungo i suoi fianchi, veniva interpretata dalla tradizione popolare come manifestazione fisica della presenza sotterranea della creatura incatenata, il cui respiro infuocato e la cui rabbia contenuta si manifesterebbero periodicamente in eruzioni e scosse telluriche; il fumo e il calore che ancora oggi si sprigionano dalla vetta hanno alimentato per secoli la leggenda secondo cui Zahhak non sia mai realmente morto, ma attenda, incatenato, il momento della sua liberazione finale.
Secondo la tradizione escatologica zoroastriana, infatti, Azhi Dahaka non resterà incatenato per sempre: alla fine dei tempi, in un momento di caos cosmico che precederà il rinnovamento finale del mondo, la creatura riuscirà a spezzare le proprie catene e a tornare a seminare distruzione, prima di essere definitivamente sconfitta e uccisa dall’eroe Garshasp, chiudendo così, in modo definitivo, il ciclo di lotta tra ordine e caos inaugurato nel mito delle origini.
Oltre al suo ruolo nella narrazione di Fereydun e Zahhak, il Damāvand ha continuato a rivestire, nel corso dei secoli, un forte valore simbolico nella cultura iranica come emblema di resistenza e di identità nazionale: la sua immagine, isolata e maestosa contro il cielo, è stata più volte utilizzata in epoca moderna come simbolo di orgoglio e resilienza persiana di fronte alle avversità storiche, un’eco contemporanea, per quanto secolarizzata, dell’antico ruolo mitologico della montagna come luogo in cui il male viene contenuto, ma non del tutto annientato, dalle forze dell’ordine cosmico.
La montagna occupa un posto rilevante anche al di fuori del ciclo di Fereydun e Zahhak, comparendo in numerosi altri episodi della tradizione epica e leggendaria persiana come luogo di confine tra il mondo degli uomini e sfere sovrannaturali: alcune leggende popolari narrano di creature fatate, i peri, che abiterebbero le sue pendici più remote, mentre altre tradizioni la associano a episodi legati alla figura del leggendario re Jamshid, uno dei sovrani mitici che, secondo lo Shahnameh, avrebbe regnato in un’epoca dell’oro precedente proprio all’ascesa della tirannia di Zahhak. Questa stratificazione di racconti e credenze, accumulatasi nel corso di secoli di trasmissione orale e poi letteraria, ha reso il Damāvand molto più di un semplice riferimento geografico all’interno dell’epica persiana: la montagna funziona come un vero e proprio nodo simbolico in cui si intrecciano il mito cosmogonico delle origini, l’escatologia zoroastriana della fine dei tempi e l’identità culturale iranica, che ancora oggi guarda a questa vetta solitaria come a uno dei simboli più potenti e riconoscibili del proprio patrimonio mitologico nazionale.
