Il Konjaku Monogatarishū (“Raccolta di storie del passato”) è la più vasta antologia di racconti brevi della letteratura classica giapponese, compilata nel tardo periodo Heian, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, da un compilatore rimasto anonimo. L’opera raccoglie oltre mille racconti organizzati in trentuno libri (di cui otto perduti), suddivisi in tre grandi sezioni geografiche e culturali: India, Cina e Giappone, riflettendo la mappa cosmologica e religiosa buddhista dell’epoca, in cui il mondo conosciuto si irradiava da questi tre poli.
Ogni racconto della raccolta segue una formula di apertura pressoché invariabile, “ima wa mukashi” (“ora è passato”), che introduce l’episodio come un fatto ormai remoto nel tempo ma non per questo meno vero, e si chiude tipicamente con la formula “to namu katari tsutaetaru toya” (“così si dice sia stato tramandato”), una cornice narrativa che attribuisce l’autorità del racconto alla tradizione orale collettiva piuttosto che all’invenzione del singolo autore. Questa struttura formulaica, ripetuta con rigore quasi liturgico, distingue il Konjaku Monogatarishū da altre raccolte narrative coeve più libere nello stile.
Tra i racconti più celebri della sezione giapponese figura quello della sconfitta dello Shuten-dōji per mano di Minamoto no Yorimitsu, che l’antologia colloca in una posizione di cerniera tra il racconto edificante a sfondo religioso, tipico delle sezioni indiana e cinese dell’opera, e il racconto guerresco più propriamente giapponese, in cui il valore marziale del protagonista sostituisce la virtù religiosa come motore della narrazione. Questa compresenza di registri diversi rende il Konjaku Monogatarishū una fonte preziosa non solo per il folklore ma anche per la storia sociale del tardo periodo Heian, un’epoca di transizione tra il dominio della corte imperiale e l’ascesa della classe guerriera.
La raccolta include inoltre numerosi racconti su creature soprannaturali come lo stesso Shuten-dōji, insieme a episodi di vita quotidiana, aneddoti su monaci buddhisti, storie di vendetta, inganni e conversioni religiose, offrendo nel complesso uno spaccato straordinariamente ampio della mentalità popolare giapponese dell’epoca, ben oltre la produzione letteraria di corte più raffinata e circoscritta rappresentata da opere come il Genji Monogatari.
Riscoperto e valorizzato criticamente soprattutto a partire dal periodo Meiji, quando studiosi come Akutagawa Ryūnosuke ne trassero ispirazione diretta per alcune delle proprie novelle più celebri (tra cui Rashōmon e Nel bosco, poi alla base del film di Kurosawa), il Konjaku Monogatarishū è oggi considerato una delle fonti primarie indispensabili per ricostruire il folklore, la religiosità popolare e l’immaginario soprannaturale del Giappone medievale, al pari del Kojiki e del Nihon Shoki per il periodo delle origini.
