Il Codice di Madrid (Codex Tro-Cortesianus) è il più esteso tra i quattro manoscritti pittorici Maya sopravvissuti, composto da 112 fogli di carta di corteccia piegati a fisarmonica: a differenza del Codice di Dresda, dedicato principalmente ad astronomia raffinata, il Madrid ha un carattere più marcatamente pratico e rituale, concepito come un manuale di consultazione per sacerdoti impegnati nella divinazione quotidiana e nella gestione delle attività agricole e artigianali.
La storia moderna del manoscritto è singolare: per secoli fu diviso in due frammenti separati, chiamati rispettivamente Codice Troano e Codice Cortesiano dai loro possessori spagnoli ottocenteschi, prima che gli studiosi riconoscessero che si trattava di due parti dello stesso documento originale, riunite e ricomposte solo nel 1888 e oggi conservate presso il Museo delle Americhe di Madrid.
Il contenuto copre un ampio ventaglio di attività quotidiane della vita Maya: tavole divinatorie per la caccia, la pesca, l’apicoltura, la tessitura e persino la produzione di ceramiche, ciascuna corredata da presagi favorevoli o sfavorevoli associati a specifiche divinità patrone, offrendo uno spaccato prezioso della vita materiale che integra la dimensione più propriamente astronomica e cosmologica documentata nel Codice di Dresda.
Ricorrono frequentemente nelle sue pagine scene legate al dio del commercio Ek Chuah, patrono dei mercanti e dei coltivatori di cacao, insieme a raffigurazioni del dio della pioggia Chaac che presiede ai riti propiziatori per l’agricoltura, a testimonianza di quanto la divinazione quotidiana fosse intrecciata alla sussistenza economica delle comunità Maya del Postclassico yucateco.
Gli studiosi ritengono che il Codice di Madrid sia stato composto o ricopiato nello Yucatán settentrionale nel periodo immediatamente precedente la conquista spagnola, forse addirittura in parte dopo il contatto con gli europei, il che ne fa una fonte particolarmente preziosa per comprendere le pratiche religiose Maya nel momento stesso della loro trasformazione sotto la pressione coloniale.
Insieme al Codice di Dresda, quello di Madrid rappresenta una delle testimonianze più dirette e meno filtrate della cultura scritta Maya precoloniale: mentre le cronache spagnole successive, incluse quelle di Diego de Landa, offrono una lettura mediata dagli osservatori europei, i codici pittorici parlano con la voce autentica, per quanto frammentaria, degli stessi sacerdoti e scribi Maya che li composero.
La riunificazione dei due frammenti nel 1888 fu opera dello studioso francese Léon de Rosny, che riconobbe la continuità stilistica e tematica tra il Codice Troano, pubblicato per primo, e il più tardo Codice Cortesiano, dimostrando che si trattava di un unico manoscritto smembrato in epoca imprecisata, probabilmente già durante il periodo coloniale, quando i manoscritti indigeni venivano spesso trattati con noncuranza dagli acquirenti europei.
Le tavole agricole del codice dedicano particolare attenzione ai riti propiziatori per Chaac, il dio della pioggia, la cui benevolenza era ritenuta indispensabile per garantire raccolti abbondanti in un’economia interamente dipendente dal ciclo stagionale delle precipitazioni tropicali.
