Il Codice di Dresda (Dresden Codex) è il più antico e meglio conservato tra i quattro manoscritti pittorici Maya sopravvissuti alla distruzione sistematica operata durante la conquista spagnola: composto da 39 fogli di carta di corteccia (amate) piegati a fisarmonica e ricoperti di stucco bianco su cui sono dipinti glifi e figure con straordinaria precisione, il codice risale probabilmente all’XI-XII secolo, benché copi contenuti astronomici più antichi.
Il documento è oggi conservato presso la Biblioteca di Stato Sassone di Dresda, in Germania, dove giunse nel 1739 dopo essere stato acquistato a Vienna: la sua sopravvivenza fu quasi miracolosa, poiché nel 1945 il manoscritto venne gravemente danneggiato dall’acqua durante il bombardamento alleato della città, un evento che per poco non ne causò la perdita definitiva prima di un lungo e complesso restauro.
Il contenuto del codice è prevalentemente astronomico e calendariale: include tavole di previsione delle eclissi solari e lunari di straordinaria accuratezza, il calcolo del ciclo sinodico del pianeta Venere associato al dio Kukulkán nella sua manifestazione di stella del mattino, e complesse tavole rituali del calendario tzolk’in di 260 giorni intrecciato con il calendario solare haab di 365 giorni.
Numerose sezioni sono dedicate a divinità specifiche e ai loro auspici per le attività agricole e rituali: il dio della pioggia Chaac compare ripetutamente nelle tavole che correlano le fasi di Venere e le stagioni delle piogge, fondamentali per pianificare la semina del mais in un’economia interamente dipendente dai cicli meteorologici stagionali.
Gli epigrafisti considerano il Codice di Dresda una testimonianza ineguagliabile della sofisticazione matematica e astronomica Maya: i sacerdoti-astronomi che lo compilarono avevano sviluppato un sistema di numerazione posizionale con lo zero, secoli prima che un concetto analogo si diffondesse in Europa, e le loro previsioni astronomiche restano straordinariamente accurate se confrontate con i calcoli moderni.
Insieme ai codici di Madrid, Parigi e Grolier, il Dresda costituisce una delle uniche quattro finestre dirette sopravvissute sulla scrittura pittorica Maya precoloniale, dopo che il vescovo Diego de Landa ordinò nel 1562 la distruzione sistematica di decine di manoscritti giudicati opera del demonio, un atto di distruzione culturale di cui lo stesso Landa, paradossalmente, avrebbe poi tentato di documentare i contenuti nei propri scritti successivi.
Il restauro post-bellico del codice, condotto dagli specialisti tedeschi a partire dagli anni Sessanta del Novecento, ha permesso di recuperare gran parte delle pagine danneggiate dall’acqua, e oggi il manoscritto è digitalizzato ad alta risoluzione e consultabile online, garantendo che questa preziosa testimonianza della scienza astronomica Maya resti accessibile agli studiosi di tutto il mondo anche a distanza di secoli dalla sua creazione.
