Kintarō, il “bambino d’oro”, è uno degli eroi popolari più amati del folklore giapponese: nato con una forza sovrumana, viene abbandonato o cresce da orfano sul monte Ashigara, nella regione di Sagami, allevato non da esseri umani ma da una yamamba, una strega o spirito della montagna, che lo alleva insieme agli animali selvatici della foresta.
Fin da piccolissimo Kintarō dimostra una forza prodigiosa: lotta ad armi pari con gli orsi, cavalca cinghiali selvatici come fossero cavalli, sfida in gare di lotta le scimmie e i cervi del bosco, e spacca tronchi d’albero a mani nude. Le stampe ukiyo-e del periodo Edo, in particolare quelle di Utagawa Kuniyoshi, lo raffigurano quasi sempre come un bambino paffuto dalla pelle rossastra, con indosso solo un grembiule con l’ideogramma “oro” (kin), intento a lottare con un orso nero o a nuotare tra le carpe di un torrente di montagna.
La leggenda vuole che il celebre guerriero Minamoto no Yorimitsu, durante una battuta di caccia sul monte Ashigara, scopra il ragazzo selvatico e, colpito dalla sua forza fuori dal comune, lo porti con sé nella capitale Kyoto per addestrarlo come samurai: Kintarō riceve così il nome adulto di Sakata no Kintoki e diventa uno dei quattro leggendari luogotenenti (i Shitennō) di Yorimitsu, partecipando secondo la tradizione ad alcune delle sue imprese più celebri contro demoni e oni, incluso il leggendario scontro con il demone Shuten-dōji sul monte Ōe.
La figura storica di Sakata no Kintoki, vissuto realmente nel X secolo secondo alcune cronache, si fonde nella tradizione popolare con il mito del bambino selvaggio cresciuto tra gli animali, in un processo simile a quello che in altre culture produce eroi come Momotaro o Yamato Takeru: come loro, Kintarō incarna l’ideale della forza fisica messa al servizio della comunità, ma la sua origine selvaggia e il legame con la natura selvatica della montagna lo distinguono nettamente, rendendolo ancora oggi, insieme a Momotaro, uno dei protagonisti fissi delle celebrazioni del Tango no Sekku, la festa dei bambini maschi del 5 maggio, durante la quale bambole e stendardi a sua immagine augurano forza e salute ai neonati.
Nel racconto tradizionale, la yamamba che alleva Kintarō non è una semplice nutrice ma una figura ambigua e potente, spesso identificata con Yama-uba, spirito della montagna capace tanto di divorare i viandanti smarriti quanto di proteggere e nutrire chi le si affida: il legame tra il bambino e questa figura selvatica sottolinea come la forza di Kintarō non nasca dall’educazione umana o dall’addestramento marziale, ma da un’origine primordiale, quasi sovrannaturale, radicata nella montagna stessa e nei suoi spiriti. Questo motivo dell’eroe allevato al di fuori della società civile, in contatto diretto con le forze selvagge della natura, prima di essere reintegrato nell’ordine sociale attraverso l’addestramento samurai, rende Kintarō un caso particolarmente chiaro dell’archetipo del bambino prodigio cresciuto ai margini del mondo umano, un motivo diffuso in molte tradizioni popolari giapponesi legate alla sacralità delle montagne.
