Jamshid — la forma persiana classica dell’avestico Yima Khšāeta, «il luminoso Yima» — è il quarto sovrano nella sequenza dei re primordiali della tradizione iranica, e il più celebrato per aver dato inizio a quella che le fonti epiche chiamano l’età dell’oro. Secondo il Shahnameh di Ferdowsi, il suo regno durato settecento anni, durante i quali fame, malattia, vecchiaia e morte furono tenute a distanza dal mondo grazie alla sua sovranità perfetta.
Le fonti gli attribuiscono l’invenzione delle arti civilizzatrici fondamentali: la lavorazione dei metalli, la tessitura, la costruzione di abitazioni, la medicina, la navigazione e la suddivisione della società in quattro classi — sacerdoti, guerrieri, agricoltori e artigiani. Si racconta anche che, quando la popolazione crebbe troppo per la terra disponibile, Jamshid la ampliò tre volte attraverso un rito solenne, dilatando lo spazio abitabile del mondo con il potere concessogli dagli dèi. Alla sua epoca viene inoltre attribuita l’istituzione del Nowruz, il capodanno persiano celebrato ancora oggi, che segnerebbe il giorno della sua incoronazione.
Il fondamento di tutti questi prodigi era la Farr — in avestico khvarenah — la grazia regale concessa direttamente da Ahura Mazda ai sovrani legittimi. Questo concetto, centrale nella regalità sacra iranica, è approfondito nel percorso La stirpe dei re e il Farr perduto, che ne segue le vicende attraverso più generazioni di sovrani mitici, di cui Jamshid rappresenta il caso più clamoroso e istruttivo.
Il declino di Jamshid, infatti, è tanto celebre quanto la sua ascesa. Inorgoglito dal proprio potere, il re arriva a proclamarsi creatore e sostentatore del mondo, pretendendo per sé un onore che spetta solo al divino. In quel momento, secondo il racconto epico, la Farr lo abbandona sotto forma di uccello che si allontana in volo: da quell’istante Jamshid è un uomo come gli altri, privato della protezione che lo rendeva invincibile, e il suo regno si apre alle prime crepe che ne annunciano la rovina imminente.
La fine arriva con l’usurpazione di Zahhak, il tiranno dal corpo abitato da serpenti che rovescia Jamshid e instaura un regno di terrore durato mille anni. Catturato dopo essersi nascosto per anni, Jamshid viene giustiziato in modo brutale — segato in due, secondo la versione più diffusa del Shahnameh — un finale che nella tradizione persiana segna il passaggio più drammatico da un’età dell’oro a un’epoca di oppressione, in attesa del futuro riscatto portato dagli eroi delle generazioni successive.
Nonostante la sua caduta, la memoria di Jamshid come fondatore della civiltà è sopravvissuta a ogni epoca della cultura iranica: il nome stesso di Persepoli in persiano moderno, Takht-e Jamshid («il trono di Jamshid»), testimonia quanto profondamente le rovine achemenidi siano state rilette, in epoca islamica, attraverso il filtro della sua leggenda, unendo storia e mito in un’unica narrazione della grandezza perduta e ritrovata.
