Balam Quitzé, Balam Acab, Mahucutah e Iqui Balam sono i primi quattro uomini plasmati dagli dèi creatori nel racconto della genesi umana narrato dal Popol Vuh, il libro sacro del popolo K’iche’ dell’altopiano guatemalteco: dopo i fallimenti degli uomini di fango, disciolti dalla pioggia, e degli uomini di legno, spazzati via da un diluvio per la loro mancanza di anima, gli dèi trovarono finalmente la materia giusta nell’impasto di mais bianco e giallo, da cui plasmarono questi quattro progenitori perfetti.
Il testo del Popol Vuh descrive con toni quasi preoccupati quanto questi primi uomini fossero straordinari: dotati di una vista che abbracciava l’intero mondo e persino il cielo stellato, di un’intelligenza pari a quella degli stessi dèi, i quattro Balam rappresentavano una creazione talmente riuscita da risultare pericolosa per l’ordine cosmico voluto dai creatori, i quali temettero che simili esseri, uguali a loro in sapienza, potessero competere con la divinità stessa invece di limitarsi a onorarla e nutrirla.
Per questo motivo Kukulkán e Huracán, gli dèi artefici, decisero di offuscare parzialmente la vista dei quattro progenitori, come si appanna uno specchio con il fiato, riducendo la loro percezione ai soli confini dell’orizzonte visibile: un mito eziologico che spiega perché gli esseri umani, pur discendendo da una creazione riuscita, non possiedono una conoscenza totale del cosmo, mantenendo così la necessaria distanza gerarchica rispetto al divino.
Solo dopo questa limitazione gli dèi concessero ai quattro uomini delle compagne, create nel sonno: Cahá Paluná, Chomihá, Tzununihá e Caquixahá, con cui i Balam generarono i lignaggi fondatori delle principali case nobiliari K’iche’, ciascuna rivendicando discendenza diretta da una delle quattro coppie originarie, in una genealogia che strutturava concretamente la gerarchia politica e sociale della confederazione K’iche’ al momento della conquista spagnola.
Il racconto prosegue narrando il lungo pellegrinaggio dei quattro progenitori e dei loro discendenti verso il leggendario luogo di origine Tulán Zuyva, “il luogo delle sette grotte”, dove ricevettero i propri dèi patroni, tra cui Tohil, dispensatore del fuoco, in cambio di un patto di sacrificio che avrebbe vincolato per sempre i loro discendenti al culto di sangue.
Alla fine delle loro lunghe vite terrene, secondo la tradizione, Balam Quitzé e i suoi tre compagni non morirono ma scomparvero misteriosamente, lasciando ai figli un fagotto sacro avvolto e mai aperto, simbolo della loro presenza invisibile e perenne: ancora oggi il mito dei quattro progenitori di mais resta uno dei racconti di fondazione più studiati per comprendere la visione K’iche’ delle origini umane e della legittimità dinastica.
