Ajaw Canek, spesso ricordato semplicemente come Canek o Kan Ek’, fu l’ultimo sovrano indipendente del regno Itzá di Nojpetén, la città-isola sul lago Petén Itzá nell’attuale Guatemala settentrionale, e la sua figura ha assunto nel tempo i contorni di una leggenda di resistenza, l’ultimo baluardo della civiltà Maya classica a cadere sotto il dominio spagnolo, quasi due secoli dopo la conquista del resto della Mesoamerica.
Discendente della dinastia Itzá che secoli prima aveva dominato Chichén Itzá prima di migrare verso sud nelle foreste del Petén, Canek governava un regno che i cronisti spagnoli descrivevano ancora fiorente e organizzato secondo i modelli politico-religiosi classici, con un culto dinastico che rivendicava una discendenza sacra legata al dio serpente piumato Kukulkán, patrono della regalità e della legittimità del potere.
Nel 1618 e nel 1695 i frati francescani tentarono missioni pacifiche a Nojpetén, incontrando Canek che, secondo le cronache coloniali, si mostrò ambiguamente accogliente ma sempre risoluto a non abbandonare gli antichi culti, rimandando ripetutamente la conversione con la promessa che l’avrebbe accettata “quando fosse giunto il momento profetizzato dal calendario”, un rinvio che gli storici moderni leggono come un’abile strategia diplomatica per guadagnare tempo di fronte alla crescente pressione coloniale.
La resistenza durò fino al 13 marzo 1697, quando le forze spagnole guidate da Martín de Ursúa lanciarono l’assalto finale a Nojpetén, distruggendo l’ultima capitale Maya indipendente e ponendo fine simbolicamente a più di un millennio di sovranità politica autonoma nell’area maya, un evento che gli storici considerano la vera chiusura cronologica della civiltà Maya precoloniale.
Il destino personale di Canek dopo la caduta di Nojpetén resta incerto nelle fonti: alcune cronache riportano la sua cattura e un successivo trasferimento forzato, altre suggeriscono che sia riuscito a dileguarsi nella foresta insieme a un gruppo di seguaci fedeli, alimentando leggende popolari, ancora vive in Guatemala e Yucatán, secondo cui il re e il suo popolo si sarebbero rifugiati in una città nascosta nel cuore della giungla, sottratta per sempre agli occhi degli invasori.
La figura di Canek è oggi un simbolo potente dell’identità Maya contemporanea, celebrato in letteratura, teatro e movimenti culturali indigeni come emblema di dignità e resistenza di fronte alla colonizzazione: il suo nome è stato ripreso da università, associazioni civiche e opere artistiche in tutta l’area maya come sinonimo di continuità culturale nonostante la sconfitta politica.
Gli archeologi hanno individuato i resti di Nojpetén sotto l’attuale città di Flores, capoluogo del dipartimento del Petén, dove templi e strutture cerimoniali furono in gran parte smantellati dagli spagnoli per costruire chiese e edifici coloniali sopra le antiche fondamenta, un gesto di sovrapposizione simbolica volto a cancellare fisicamente la memoria del potere di Canek e della sua dinastia.
