Esfandiyar è uno dei principi guerrieri più celebrati dello Shahnameh, figlio del re Goshtasp e strenuo difensore della fede zoroastriana appena rivelata da Zarathustra: la sua fama nasce dai “sette cimenti” (haft khan), una sequenza di prove eroiche contro mostri e insidie magiche che lo rendono, insieme a Rostam, uno dei due grandi paladini del ciclo epico persiano.
Secondo la leggenda, Esfandiyar ottenne l’invulnerabilità grazie a un bagno rituale concesso dal profeta Zarathustra come ricompensa per aver difeso la nuova fede: il suo corpo divenne impenetrabile a qualunque arma, con la sola eccezione degli occhi, rimasti fuori dall’incantesimo protettivo — un dettaglio che lo accosta tipologicamente ad altri eroi “quasi invulnerabili” di diverse mitologie, sempre segnati da un unico punto debole residuo.
Il momento più drammatico della sua storia è il duello contro Rostam, provocato dal re Goshtasp che promette a Esfandiyar il trono solo se riuscirà a catturare il vecchio campione: un conflitto che nello Shahnameh non è mai presentato come uno scontro fra bene e male, ma come una tragedia di lealtà contrapposte, dove entrambi gli eroi sono trascinati contro la propria volontà da obblighi dinastici superiori.
Nel duello finale, Rostam — guidato dal mitico uccello Simorgh, che gli rivela il segreto della vulnerabilità di Esfandiyar — colpisce il principe agli occhi con una speciale freccia di legno di tamarisco, uccidendolo: subito dopo la vittoria, tuttavia, Rostam è sopraffatto dal rimorso, e lo Shahnameh dedica ampio spazio al suo lamento funebre, sottolineando il costo morale della vittoria più che la gloria del vincitore.
La morte di Esfandiyar segna anche l’inizio del declino della dinastia Kayanide nello Shahnameh, ed è tradizionalmente letta come un momento di svolta nella narrazione epica persiana: da quel punto in poi il racconto si sposta progressivamente dal registro mitico-leggendario a quello semi-storico, avvicinandosi ai resoconti dei re achemenidi e sasanidi che chiudono l’opera di Ferdowsi.
La figura di Esfandiyar è stata a lungo oggetto di dibattito fra i critici letterari dello Shahnameh, che vi hanno letto una delle riflessioni più mature di Ferdowsi sul conflitto fra dovere dinastico e valore individuale: a differenza di molti eroi epici presentati come modelli morali senza ambiguità, Esfandiyar è al tempo stesso vittima delle ambizioni del padre e agente consapevole della propria rovina, avendo accettato lo scontro pur intuendone le conseguenze fatali.
Nell’iconografia successiva e nelle rappresentazioni miniate dello Shahnameh prodotte nei secoli seguenti, il duello fra Rostam ed Esfandiyar divenne uno dei soggetti più raffigurati dell’intero ciclo epico, scelto proprio per la sua carica drammatica ambigua: nessuno dei due contendenti viene mai rappresentato come semplice villain, e questa complessità morale contribuì non poco alla popolarità duratura dell’episodio nella cultura visiva persiana e più tardi ottomana e moghul.
