Nella tradizione dei Cherokee (Tsalagi), Selu è la Prima Donna e la personificazione stessa del mais: il suo nome, nella lingua cherokee, significa letteralmente “granturco”, e la sua storia spiega non solo l’origine di questo alimento fondamentale, ma il prezzo pagato perché continuasse a nutrire il popolo.
Selu vive insieme al marito Kanati, il Cacciatore, e ai loro figli in un’epoca in cui procurarsi il cibo non richiede alcuna fatica: per preparare il pasto, Selu si ritira in un granaio isolato e ne riemerge con ceste colme di mais e fagioli, prodotti in un modo che i figli non comprendono. Un giorno i ragazzi la spiano di nascosto e scoprono che la madre produce il raccolto strofinandosi il corpo, facendo cadere il grano dal proprio ventre e dalle proprie ascelle: convinti che si tratti di stregoneria, decidono di ucciderla prima che lei possa fare loro del male.
Selu, consapevole del proprio destino, non oppone resistenza: impartisce invece ai figli istruzioni precise prima di morire, dicendo loro di ripulire un ampio spiazzo di terra, di trascinare il suo corpo sul terreno per sette volte in cerchio e di vegliare tutta la notte sul luogo. I ragazzi, però, eseguono l’istruzione solo in parte, dissodando appena poche zolle invece dell’intero spiazzo: per questo, secondo il racconto, il mais oggi cresce solo nei campi coltivati e non spontaneamente ovunque sulla terra, come sarebbe potuto accadere se avessero obbedito fino in fondo.
Dal sangue e dal corpo di Selu, versati sul terreno smosso, germogliano le prime piante di mais della storia umana: la sua morte non è dunque una fine, ma l’atto che rende possibile l’agricoltura stessa, ripetuto simbolicamente a ogni nuovo raccolto che i Cherokee celebrano come il ritorno del suo spirito nutriente.
Una madre che genera nutrimento dal proprio corpo e che, con la morte, si trasforma nella fonte stessa del raccolto, è un motivo che risuona con Demetra, la dea greca del grano il cui lutto e la cui gioia scandiscono letteralmente le stagioni agricole: a differenza di Demetra, però, Selu non piange per una figlia rapita, ma diventa lei stessa, con il proprio sacrificio, l’origine diretta del cibo. Un parallelo più strutturale si trova nella tradizione haudenosaunee di Sky Woman, la cui figlia muore di parto e dal cui corpo sepolto germogliano le tre colture sorelle — mais, fagioli e zucca — esattamente gli alimenti legati a Selu.
Il racconto di Selu è considerato tra i più sacri della tradizione orale cherokee: secondo l’etnografo James Mooney, che lo raccolse alla fine del XIX secolo, chi lo ascoltava da un anziano doveva prima purificarsi “andando all’acqua”, segno del rispetto rituale riservato a questa storia sulla nascita del nutrimento dal sacrificio di una madre.
La morte di Selu non chiude il racconto, ma lo apre a un secondo ciclo di avventure: i suoi due figli, il “Ragazzo Selvaggio” nato dal sangue animale lavato nel fiume da Kanati e il fratello “vero” cresciuto in casa, continuano a mettere alla prova l’ordine del mondo, liberando per errore la selvaggina che il padre cacciatore teneva rinchiusa in una caverna e disperdendola per sempre sulla terra, così come il seme del mais della madre era stato disperso nei campi coltivati invece che ovunque. Le due vicende, quella di Selu e quella dei suoi figli con Kanati, formano insieme un unico racconto di origine sul perché gli esseri umani cherokee debbano oggi lavorare la terra e cacciare la selvaggina, invece di trovare cibo e carne già pronti come accadeva nel tempo mitico dei loro genitori.
La versione più autorevole e completa di questo mito venne raccolta e trascritta alla fine dell’Ottocento dall’etnologo James Mooney, che visse a lungo tra i Cherokee della Riserva Qualla in Carolina del Nord e pubblicò il racconto di Selu nella sua monumentale raccolta Myths of the Cherokee (1900), tuttora la fonte primaria di riferimento per la mitologia cherokee. La memoria di Selu sopravvive ancora oggi nella Cerimonia del Grano Verde, un rito di ringraziamento celebrato ogni estate al momento della prima maturazione del mais, durante il quale i Cherokee tradizionalmente rinnovano i fuochi domestici, perdonano i torti dell’anno appena trascorso e condividono il primo raccolto in un pasto comune: l’atto stesso di dividere il cibo ricorda simbolicamente il sacrificio della Prima Donna, che scelse di offrire il proprio corpo perché il popolo non soffrisse mai più la fame. Il nome stesso Selu, oltre a designare la dea, è tuttora la parola cherokee comune per “mais”, una sovrapposizione linguistica che nella lingua Tsalagi rende impossibile parlare del cereale senza evocare, anche solo implicitamente, la memoria della donna che lo generò con il proprio corpo.
