Yuki-onna, la “donna delle nevi”, è uno degli yōkai più iconici del folklore giapponese: uno spirito femminile di bellezza spettrale che appare durante le tempeste di neve, vestita di un kimono bianco candido o del tutto priva di vestiti percettibili sotto un manto di neve che sembra farla levitare senza lasciare impronte. Il suo alito gelido può congelare istantaneamente un viandante sperduto, e la sua stessa presenza abbassa la temperatura dell’aria circostante fino a livelli letali, rendendola una delle incarnazioni più pure del pericolo mortale insito nell’inverno giapponese, in particolare nelle regioni montane e settentrionali dove le nevicate erano storicamente più letali per i viaggiatori isolati.
La versione più diffusa della leggenda, resa celebre in occidente dalla raccolta Kwaidan di Lafcadio Hearn (1904), narra di due boscaioli sorpresi da una tormenta in un rifugio isolato: Yuki-onna uccide il più anziano con il proprio alito gelido ma risparmia il più giovane, Minokichi, colpita dalla sua giovinezza, a condizione che non riveli mai a nessuno ciò che ha visto. Anni dopo, Minokichi sposa una donna misteriosa di nome Oyuki che gli darà molti figli; solo quando, in un momento di debolezza, le racconta l’incontro d’infanzia con lo spirito delle nevi, la moglie rivela di essere Yuki-onna stessa, e sparisce per sempre in una folata di vento gelido, risparmiandolo solo per amore dei figli comuni.
Diversamente da molte creature del pantheon shintoista legate direttamente al ciclo cosmogonico narrato nel Kojiki, come le divinità nate dal ritorno di Izanagi dal regno dei morti, Yomi, Yuki-onna appartiene allo strato più tardo e popolare del folklore giapponese, quello degli yōkai: spiriti, mostri e fenomeni innaturali che popolano il paesaggio quotidiano più che il tempo mitico delle origini. Eppure la sua associazione simbolica con il freddo, la morte per assideramento e insieme la fragile bellezza della neve che si scioglie al calore (spesso letta come metafora della sua stessa natura effimera) la collega tematicamente al più ampio complesso simbolico giapponese che lega la caducità della vita alla bellezza naturale, lo stesso che anima il culto per i fiori di ciliegio legato a Konohanasakuya, la dea che sfiorisce come i fiori che porta nel nome.
Esistono decine di varianti regionali della leggenda in tutto il Giappone, alcune delle quali la descrivono come uno spirito benevolo o ambiguo piuttosto che puramente malvagio: in alcune tradizioni del Tōhoku settentrionale, Yuki-onna guida i viandanti smarriti fuori dalla tormenta invece di ucciderli, mentre in altre zone è raffigurata con un neonato tra le braccia che, se qualcuno accetta di reggerlo, si trasforma in un macigno di ghiaccio sempre più pesante fino a schiacciare la vittima — una variante che la avvicina, per meccanismo narrativo, ad altri spiriti ingannatori dell’immaginario giapponese.
La sua popolarità nella cultura contemporanea, dal cinema d’animazione ai videogiochi, ne ha fatto probabilmente lo yōkai femminile più riconoscibile a livello internazionale dopo la kitsune, la volpe magica: un’eredità che testimonia quanto il folklore d’inverno giapponese, nato per spiegare i pericoli molto concreti delle tempeste di neve nelle regioni montuose, abbia saputo trasformarsi in un patrimonio narrativo capace di attraversare secoli e confini culturali.
