Urcuchillay è, nella religione incaica, un lama dai colori sgargianti e cangianti — bianco, nero e multicolore secondo le fonti — venerato come divinità protettrice delle greggi di lama e alpaca, animali fondamentali per l’economia, il trasporto e la sussistenza dell’intero impero andino.
Il cronista Garcilaso de la Vega, figlio di un conquistador spagnolo e di una principessa inca, racconta nei suoi Comentarios Reales de los Incas che Urcuchillay veniva identificato dagli astronomi incaici con una costellazione oscura visibile tra le nubi di polvere della Via Lattea, una delle cosiddette “costellazioni oscure” andine formate non da stelle ma dalle sagome scure che le nebulose interstellari disegnano nel cielo notturno, percepite dagli osservatori incaici come la controparte celeste degli animali sacri della terra.
I pastori di lama e alpaca rivolgevano a Urcuchillay preghiere e offerte specifiche per la fertilità e la salute delle greggi, in un culto pastorale parallelo ma strettamente connesso a quello più ampio dedicato a Pachamama, la Madre Terra, e a Inti, il dio Sole: mentre queste ultime due divinità governavano la fertilità generale della terra e i cicli agricoli, Urcuchillay rispondeva a un bisogno più specifico e concreto, quello della prosperità del bestiame da cui dipendeva direttamente la sopravvivenza di intere comunità andine.
Il cronista Cristóbal de Molina registra inoltre cerimonie specifiche dedicate a Urcuchillay durante le quali venivano sacrificati lama dal manto screziato, scelti proprio per la somiglianza con l’aspetto multicolore della divinità stessa: questa pratica sottolinea come nella religiosità andina l’animale sacrificato non fosse mai un’offerta generica, ma dovesse riflettere per quanto possibile le caratteristiche specifiche della potenza divina a cui era destinato, in un sistema simbolico in cui il colore e l’aspetto fisico degli animali assumevano un preciso significato rituale.
Le costellazioni oscure andine, di cui Urcuchillay è uno degli esempi meglio documentati, rappresentano un sistema astronomico originale e distinto da quello occidentale basato sulle stelle luminose: gli osservatori incaici, favoriti dai cieli tersi e privi di inquinamento luminoso dell’altopiano andino, identificavano nelle sagome scure proiettate dalle nubi di polvere cosmica lungo la Via Lattea le figure di animali sacri come il lama, il rospo, la volpe e il serpente, costruendo così un intero bestiario celeste che rispecchiava e legittimava simbolicamente il mondo animale della terra, con Urcuchillay a fare da custode celeste delle greggi che i pastori conducevano ogni giorno sui pascoli d’alta quota.
Amaru e Ccoa: gli altri abitanti del bestiario celeste andino
Urcuchillay non è l’unica figura del bestiario oscuro che punteggia la Via Lattea nella cosmologia andina: accanto al lama multicolore, gli osservatori incaici riconoscevano Amaru, il serpente bicefalo capace di attraversare i tre livelli del cosmo andino, e Ccoa, il felino delle alte quote associato alla grandine e ai fenomeni atmosferici distruttivi che minacciavano i raccolti. Ognuna di queste figure celesti aveva una controparte rituale sulla terra e un ruolo specifico nell’economia simbolica andina: se Urcuchillay vegliava sulla prosperità delle greggi, Amaru rappresentava le forze telluriche e sotterranee, mentre il temuto passaggio di Ccoa tra le nuvole spiegava la violenza improvvisa delle grandinate che potevano distruggere in poche ore il raccolto di un intero villaggio.
La sopravvivenza del culto di Urcuchillay dopo la conquista spagnola
Le fonti coloniali che tramandano notizia di Urcuchillay, in primo luogo gli scritti degli estirpatori di idolatrie incaricati dalla Chiesa cattolica di individuare e sopprimere i culti autoctoni, testimoniano indirettamente quanto il culto pastorale del lama celeste fosse ancora vivo e radicato ben oltre la caduta ufficiale dell’impero Inca nel 1533: le comunità andine continuarono per generazioni a celebrare in segreto i propri riti zootecnici, spesso mascherandoli sotto forme di devozione cristiana accettabili agli occhi degli inquisitori, in un fenomeno di sincretismo religioso “nascosto” che gli storici moderni faticano a ricostruire proprio perché concepito per non lasciare tracce visibili nei documenti ufficiali dell’epoca.
