L’amaru è la creatura serpentina della cosmologia andina, raffigurata con corpo di serpente, testa dotata di corna o cresta, zampe e talvolta ali, e la sua funzione è quella di attraversare i livelli del cosmo: emerge dall’Uku Pacha, il mondo sotterraneo delle acque e dei morti, per risalire attraverso il Kay Pacha degli esseri viventi fino all’Hanan Pacha celeste. In questa capacità di transito sta la sua importanza: l’amaru è il canale attraverso cui i tre piani della realtà comunicano.
La sua apparizione è letta come segno di pachakuti, il rovesciamento cataclismatico che chiude un’epoca e ne apre un’altra. Le cronache coloniali riferiscono che la comparsa di due amaru sul cielo di Cusco fu interpretata come presagio del crollo dell’impero, e non è casuale che il nome sia stato assunto dai leader della resistenza andina: Túpac Amaru, l’ultimo sovrano di Vilcabamba giustiziato nel 1572, e Túpac Amaru II, che nel 1780 guidò la più vasta insurrezione anticoloniale del Perù. Il serpente che annuncia il rovesciamento diventa così emblema politico.
Nella grammatica visiva andina l’amaru si manifesta come arcobaleno o come fulmine — e in questa seconda forma lo collega a Illapa, il dio del tuono — mentre la sua natura acquatica lo lega al lago Titicaca e alle sorgenti da cui emergono gli antenati. L’iconografia serpentina è documentata sui tessuti e sulle ceramiche molto prima degli Inca, dalla cultura Chavín in poi, e sopravvive nell’arte coloniale sotto forma di serpente bicefalo inserito negli stemmi delle famiglie nobili indigene. Il santuario di Coricancha conservava, secondo Garcilaso, rappresentazioni serpentine in metallo prezioso.
Nella cosmologia andina l’amaru non è un mostro da sconfiggere quanto una forza tellurica ambivalente, associata ai movimenti sismici e agli specchi d’acqua: si narra che laghi come il Titicaca, luogo da cui secondo alcune tradizioni emerse Viracocha, custodiscano amaru addormentati, e che i terremoti siano il segno del loro risveglio.
Il nome fu portato anche da Amaru Túpac Inca, figlio del sovrano Pachacútec e comandante militare storico, segno di come il termine designasse non solo la creatura mitica ma anche un attributo di forza legittima da trasmettere ai membri della dinastia regnante. A Cusco, il sito cerimoniale di Q’enqo conserva un canale scavato nella roccia a forma di serpente a zigzag, usato secondo gli studiosi per libagioni rituali di chicha o sangue durante le cerimonie legate al solstizio, quando la luce di Inti veniva celebrata durante l’Inti Raymi: un ulteriore segno di quanto la figura del serpente cosmico fosse intrecciata al calendario rituale e al potere sacro degli Inca.
L’eredità dell’amaru sopravvive oggi nella toponomastica e nell’artigianato tessile andino, dove il motivo del serpente bicefalo o alato continua a comparire su tessuti cerimoniali (unku) tramandati da comunità quechua e aymara come simbolo di protezione e di equilibrio tra i tre mondi cosmici.
