Ovidio

Publio Ovidio Nasone nasce nel 43 a.C. a Sulmona, in una famiglia equestre agiata che lo destina inizialmente alla carriera forense e politica a Roma. Abbandona presto la vita pubblica per dedicarsi interamente alla poesia, diventando la voce più brillante e spregiudicata della seconda generazione di poeti augustei, dopo Virgilio e Orazio. La sua opera giovanile, gli Amores e l’Ars Amatoria, lo rende celebre come poeta dell’amore mondano e del gioco erotico, un registro leggero che contrasta apertamente con il programma morale e restaurativo promosso da Augusto.

Il capolavoro assoluto di Ovidio sono le Metamorfosi, un poema in quindici libri e oltreduecentocinquanta racconti di trasformazione che attraversa l’intera mitologia greco-romana: dal caos primordiale fino all’apoteosi di Giulio Cesare trasformato in stella, passando per Dafne mutata in alloro, Atteone in cervo, Aracne in ragno. Il tema della metamorfosi diventa nelle mani di Ovidio un principio unificante capace di tenere insieme centinaia di miti eterogenei in un’unica narrazione fluida e ironica, dove gli dèi sono spesso capricciosi e gli esseri umani vittime di un destino che li trasfigura irreversibilmente.

Meno noti ma altrettanto preziosi per la ricostruzione della religiosità romana sono i Fasti, un poema calendariale rimasto incompiuto che avrebbe dovuto illustrare, mese per mese, l’origine mitica e rituale delle feste religiose romane. Nei sei libri superstiti Ovidio racconta le leggende legate a ciascuna ricorrenza, offrendo una delle fonti più sistematiche che possediamo sul modo in cui i romani stessi collegavano le proprie pratiche cultuali quotidiane a un repertorio di miti fondativi.

Nell’8 d.C., all’apice della sua fama, Ovidio viene improvvisamente esiliato da Augusto a Tomis, sul Mar Nero, per ragioni mai del tutto chiarite: il poeta stesso parla enigmaticamente di “carmen et error”, un poema (probabilmente l’Ars Amatoria) e un errore di cui non specifica mai la natura. Dall’esilio scrive le Tristia e le Epistulae ex Ponto, raccolte elegiache che trasformano la propria condizione di esiliato in un nuovo genere poetico, quello del lamento dal confine del mondo conosciuto.

Ovidio muore in esilio, probabilmente nel 17 o 18 d.C., senza mai ottenere la grazia che invocò ininterrottamente nei suoi versi. Nonostante la damnatio politica subita in vita, la sua opera sopravvive e diventa, nel corso del Medioevo e del Rinascimento, il canale principale attraverso cui l’Occidente latino accede alla mitologia greca: le Metamorfosi vengono lette, glossate e moralizzate per secoli, ispirando pittori, scultori e poeti da Dante a Shakespeare, da Tiziano a Bernini.

La fortuna di Ovidio è dunque paradossale: un poeta punito e allontanato dal centro del potere augusteo diventa, a distanza di due millenni, la fonte più letta e più citata dell’intera mitologia classica, capace di trasmettere ai secoli successivi non tanto la lettera dei miti greci quanto la loro dimensione più universale e psicologicamente riconoscibile, quella della trasformazione come cifra stessa dell’esistenza umana.

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