L’aquila è il simbolo sacro per eccellenza della religione e del potere romano, associata a Giove, sovrano degli dèi, di cui era considerata messaggera e incarnazione vivente, capace secondo il mito di trasportare i fulmini del dio e persino di rapire in cielo il giovane Ganimede per volere suo.
A partire dalla riforma militare di Gaio Mario, alla fine del II secolo a.C., l’aquila d’argento o d’oro (aquila legionaria) divenne l’insegna sacra di ogni legione romana, custodita dall’aquilifero e venerata con un rispetto quasi religioso: la sua perdita in battaglia era considerata una vergogna tale da giustificare intere campagne militari per recuperarla.
Il legame tra l’aquila e l’autorità suprema si rafforzò ulteriormente in epoca imperiale, quando il rogo funebre dell’imperatore defunto prevedeva il rilascio rituale di un’aquila viva, il cui volo verso il cielo simboleggiava l’ascesa dell’anima imperiale tra gli dèi, sancendone l’apoteosi (consecratio) ufficiale.
L’aquila legionaria era un oggetto sacro nel senso tecnico del termine: custodita nel sacello dell’accampamento accanto agli altari, riceveva unguenti e corone nei giorni di festa, e i soldati giuravano su di essa. Alcuni episodi illustrano bene la gravità di questa perdita: le tre aquile perdute da Varo nella foresta di Teutoburgo nel 9 d.C. furono recuperate in campagne successive e il loro ritorno celebrato come un evento politico. Le insegne strappate ai Parti a Carre furono riottenute da Augusto per via diplomatica nel 20 a.C. e la notizia comparve sulle monete.
Plinio riferisce che fu Mario a fissarne l’uso esclusivo nel 104 a.C., quando le altre insegne — lupo, cinghiale, minotauro, cavallo — furono relegate alle coorti. Dopo Roma il simbolo è stato ripreso in continuità dal Sacro Romano Impero, dagli zar di Russia, da Napoleone, dagli imperi austriaco e tedesco, fino agli stemmi contemporanei: nessun emblema politico ha avuto una durata comparabile, e la sua fortuna dipende proprio dall’aver saldato in un’unica immagine il potere militare e il mandato celeste.
Questo simbolo è collegato anche a Marte e Romolo.
L’aquila e la fondazione di Roma
La predilezione romana per l’aquila affonda le radici nel racconto stesso della fondazione della città: secondo la tradizione riportata da Tito Livio, Romolo e Remo, in disaccordo su quale dei due colli — il Palatino o l’Aventino — dovesse ospitare la nuova città, decisero di affidarsi all’augurio degli uccelli. Remo vide per primo sei avvoltoi, ma Romolo, poco dopo, ne vide dodici: il numero maggiore fu interpretato come segno del favore divino a suo vantaggio, e su quell’auspicio Romolo tracciò il solco sacro del pomerio sul Palatino, fondando Roma. Sebbene la tradizione più antica parli in questo episodio di avvoltoi e non di aquile, l’associazione fra il numero degli uccelli avvistati e la legittimità del potere fondativo preparò il terreno culturale su cui, secoli dopo, l’aquila di Giove sarebbe diventata l’emblema per eccellenza dell’autorità romana, saldando così le origini della città al suo apparato militare imperiale.
