Periodo storico
Shahnameh di Ferdowsi (X-XI secolo), tradizione avestica precedente
Fonti
Shahnameh di Ferdowsi; tradizione avestica su Aži Dahāka

Il tiranno incatenato: Fereydun e Azhi Dahaka

فریدون و ضحاک
Percorso tematico sul confronto tra Fereydun e il tiranno serpentino Azhi Dahaka/Zahhak, incatenato invece che ucciso sotto il monte Damavand fino alla fine dei tempi.

Nel cuore dello Shahnameh, il grande poema epico persiano, il confronto tra Fereydun e Azhi Dahaka (il tiranno serpentino noto anche come Zahhak) rappresenta uno dei momenti fondativi della regalità iranica: non un semplice duello tra un eroe e un mostro, ma la restaurazione di un ordine cosmico e politico corrotto da un usurpatore mostruoso.

Zahhak giunge al potere dopo aver ucciso il proprio padre sotto l’influenza del demonio Ahriman, che gli bacia le spalle facendovi crescere due serpenti: per placare il loro appetito, il tiranno è costretto a nutrirli ogni giorno con i cervelli di due giovani, trasformando il suo regno in una macchina di violenza sistematica durata, secondo la tradizione, quasi mille anni.

La rivolta contro Zahhak nasce dal basso: è il fabbro Kaveh, dopo aver perso quasi tutti i figli sacrificati ai serpenti del tiranno, a issare il proprio grembiule di cuoio da lavoro come stendardo di ribellione, dando il via a un movimento popolare che troverà in Fereydun il proprio condottiero legittimo. Fereydun affronta Zahhak e lo abbatte con la sua mazza a testa di bue, ma — istruito da un angelo — non lo uccide: ucciderlo avrebbe liberato dal suo corpo un’orda di creature nocive capace di infestare la terra.

Fereydun sceglie invece di incatenare Zahhak con pelli di leone fissate a grandi chiodi, imprigionandolo in una caverna sotto il monte Damavand, dove il tiranno resterà fino alla fine dei tempi. Questa scelta — contenere il male invece di distruggerlo — distingue il mito persiano da molti altri racconti di uccisione del drago nelle mitologie mondiali, introducendo un’idea più sfumata di vittoria: non l’annientamento del nemico, ma il suo confinamento perpetuo sotto sorveglianza.

La tradizione aggiunge un ulteriore livello escatologico al racconto: si narra che alla fine dei tempi le catene di Zahhak cederanno, e il mostro tornerà a devastare il mondo divorando un terzo di tutto il bestiame e degli uomini, finché l’eroe Keresaspa non si risveglierà dal suo lungo sonno per completare ciò che Fereydun non poté portare a termine — un compito rimandato, non concluso, che proietta il conflitto ben oltre la durata di una singola vita umana.

Il percorso di Fereydun contro Azhi Dahaka condensa così più temi cari alla regalità sacra iranica: la legittimità del sovrano che nasce dalla giustizia e non dalla sola forza, la responsabilità di contenere il male senza liberarne conseguenze peggiori, e un’idea di tempo ciclico in cui nessuna vittoria è mai davvero definitiva finché il mondo stesso non giunge al proprio termine.

Va inoltre notato il ruolo del monte Damavand stesso, ancora oggi la vetta più alta dell’Iran: la sua scelta come prigione eterna del male non è casuale, ma riflette una tendenza diffusa nelle mitologie del mondo a collocare le forze cosmiche più pericolose ai margini estremi del paesaggio conosciuto, in luoghi elevati e remoti che fungono da cerniera tra l’ordine del regno umano e il caos che vi si oppone.

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