Le grandi civiltà mesoamericane, pur sviluppatesi con lingue, calendari e strutture politiche differenti, condividono una visione cosmologica sorprendentemente simile: il mondo presente non è il primo tentativo di creazione riuscito, ma l’ultimo di una serie di ere cosmiche precedenti, ciascuna popolata da esseri imperfetti e destinata a un collasso catastrofico prima che gli dèi tentassero nuovamente di plasmare un’umanità degna di sussistere.
Maya: gli uomini di fango, di legno e di mais
Il Popol Vuh K’iche’ narra come gli dèi creatori tentarono ripetutamente di plasmare esseri capaci di onorarli a parole: i primi uomini, fatti di fango, si sciolsero disfacendosi sotto la pioggia, privi di consistenza e di parola articolata; seguirono gli uomini di legno, dotati di forma ma privi di anima e memoria, spazzati via da un diluvio di resina bollente e dagli stessi loro utensili domestici rivoltatisi contro di loro. Solo con l’impasto di mais bianco e giallo nacquero i Quattro Balam, i progenitori perfetti la cui vista fu poi limitata dagli dèi per timore che eguagliassero il divino.
Azteca: i Cinque Soli
La tradizione azteca, documentata nel Codice Fiorentino e nella Leyenda de los Soles, articola invece la storia cosmica in quattro ere solari precedenti, ciascuna dominata da un dio-sole diverso e conclusa da una catastrofe elementare specifica (giaguari, uragani, piogge di fuoco, diluvio), fino alla nascita del Quinto Sole, raccontata nel celebre mito dei Cinque Soli, in cui gli dèi si sacrificano gettandosi nel fuoco a Teotihuacán per rimettere in moto un sole altrimenti immobile, richiedendo il sacrificio umano continuo per mantenerlo in movimento.
Un cosmo che deve essere rifatto e nutrito
Entrambe le tradizioni condividono l’idea che la creazione non sia un evento singolo e definitivo, ma un processo per tentativi successivi, segnato da fallimenti che gli dèi stessi giudicano e correggono; in entrambi i casi, inoltre, il mondo presente resta intrinsecamente fragile e dipendente da un rinnovamento rituale costante: per i Maya attraverso il calendario e il sacrificio regale, per gli Aztechi attraverso il sacrificio umano che tiene in moto il sole.
Le differenze sono altrettanto significative: mentre il ciclo Maya si conclude con un’umanità “riuscita” ma volutamente limitata nella conoscenza, il ciclo azteco proietta sull’umanità un debito perpetuo e insaldabile nei confronti degli dèi, che richiede sangue umano regolare per evitare che il quinto sole, instabile per natura, si fermi nuovamente, portando alla distruzione finale del mondo attuale in un futuro cataclisma già scritto nella profezia.
Questo confronto illumina due strategie culturali distinte per affrontare la stessa angoscia esistenziale, quella di un cosmo instabile e mai definitivamente sicuro: la soluzione Maya insiste sulla continuità dinastica e sul calendario come strumenti di controllo, quella azteca sull’obbligo sacrificale come prezzo continuo per la sopravvivenza collettiva, due risposte teologiche complementari a una stessa domanda mesoamericana sull’origine e la fragilità del mondo.
