Periodo storico
Avesta (Aži Dahāka) e Shahnameh di Ferdowsi (X-XI secolo d.C.)
Fonti
Shahnameh di Ferdowsi; Avesta (Yasht 5, 9, 19)

Zahhak e il drago

Zahhāk / Aži Dahāka
Tiranno persiano corrotto da Ahriman, con due serpenti innestati sulle spalle nutriti di cervelli umani, infine incatenato sul monte Damavand da Fereydun.

Nella tradizione epica persiana, così come confluita nel grande poema dello Shahnameh di Ferdowsi (X-XI secolo), Zahhak (l’Aži Dahāka delle fonti avestiche più antiche, letteralmente “il drago”) è il tiranno che pone fine all’età dell’oro del re Yima, inaugurando un millennio di oppressione sul popolo iranico. La leggenda narra che Zahhak, principe di per sé non malvagio, venga sedotto e progressivamente corrotto da Ahriman (l’Angra Mainyu avestico) apparso sotto mentite spoglie di cuoco e consigliere, che lo induce prima a uccidere il proprio padre per usurparne il trono, poi lo bacia sulle spalle: dal punto in cui le labbra del demone toccano la pelle, spuntano immediatamente due serpenti viventi, innestati nella carne stessa del re.

I due serpenti, secondo il racconto, non possono essere né tagliati né estirpati: ricrescono immediatamente ogni volta, e la loro unica fonte di sollievo dal dolore lancinante che provocano è un pasto quotidiano di due cervelli umani, procurati attraverso un tributo di sangue imposto al regno. Questo dettaglio orrorifico, tra i più cupi dell’intera tradizione epica persiana, trasforma il corpo stesso del tiranno in uno strumento di terrore permanente contro i propri sudditi, rendendo Zahhak una delle incarnazioni più memorabili della tirannia come corruzione che si manifesta fisicamente.

Il regno del terrore dura, secondo il poema, mille anni, finché il fabbro Kaveh, dopo aver perso diciassette dei propri figli sacrificati per nutrire i serpenti del re, si ribella pubblicamente: solleva il proprio grembiule di cuoio da lavoro issato su un’asta come stendardo di rivolta — il Derafsh Kaviani, che diventerà in seguito il vessillo reale della Persia preislamica — e guida il popolo contro il tiranno insieme al principe Fereydun, discendente della stirpe legittima di Yima.

Fereydun sconfigge Zahhak in battaglia ma, invece di ucciderlo, riceve l’ordine di non versarne il sangue: un angelo (in alcune versioni lo stesso Sorush, corrispondente persiano di Sraosha) lo avverte che la morte immediata del tiranno libererebbe nel mondo un male ancora peggiore. Fereydun incatena quindi Zahhak vivo in una caverna sul monte Damavand, la vetta più alta dell’Iran, dove il tiranno resterebbe imprigionato ma non definitivamente annientato.

La tradizione popolare successiva, alimentata da questo finale sospeso, ha continuato a produrre leggende su un’eventuale liberazione di Zahhak alla fine dei tempi, un evento apocalittico temuto ma mai narrato in dettaglio nelle fonti canoniche: il monte Damavand stesso, vulcano tuttora attivo dal punto di vista geologico, viene talvolta associato nel folklore locale ai fumi sulfurei che ne escono come segno dell’irrequietezza del mostro imprigionato al suo interno.

Il ciclo di Zahhak si collega direttamente al precedente regno di Yima descritto nella voce dedicata a Yima e la Vara: la tirannia del drago non è un evento isolato, ma la conseguenza narrativa diretta della caduta dell’età dell’oro, secondo uno schema ciclico di ordine, corruzione e redenzione che struttura buona parte della cosmologia epica persiana.

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