Superata la prova del leone di Nemea, Euristeo affidò a Eracle una seconda impresa ancora più insidiosa: uccidere l’Idra di Lerna, un serpente d’acqua dalle molte teste che infestava le paludi presso Lerna, nell’Argolide, avvelenando i pascoli e le fonti della zona con il proprio fiato ed il proprio sangue mortale. Come il leone, anche l’Idra era figlia di Tifone ed Echidna, e condivideva con il fratello la natura di ostacolo pressoché impossibile da affrontare con i mezzi convenzionali di un guerriero.
La particolarità che rendeva l’Idra un nemico unico non era soltanto il veleno, ma la sua capacità rigenerativa: per ogni testa mozzata, dal collo reciso ne spuntavano immediatamente due nuove, rendendo il combattimento diretto una battaglia che l’eroe era destinato a perdere per sfinimento. Ad aggravare la sfida, al centro delle molte teste mortali se ne trovava una immortale, che nessuna lama avrebbe mai potuto sopprimere in modo definitivo.
Eracle non affrontò questa fatica da solo: portò con sé il nipote Iolao, figlio del fratellastro Ificle, che guidava il carro e lo assistette nella battaglia. Compresa l’inutilità di tagliare le teste senza precauzioni, l’eroe ideò una strategia che univa forza e metodo: ogni volta che recideva una testa con la spada, Iolao cauterizzava immediatamente il moncone con una torcia infuocata, impedendo così la ricrescita. Testa dopo testa, la coppia ridusse l’Idra fino a lasciarle solo quella immortale, che Eracle staccò infine e seppellì sotto un masso enorme lungo la strada sacra tra Lerna ed Eleusi, dove sarebbe rimasta per sempre imprigionata.
Durante lo scontro, secondo la tradizione, Era mandò in soccorso della creatura un gigantesco granchio che morse il piede dell’eroe per distrarlo; Eracle lo schiacciò senza fatica, ma la dea, riconoscente al piccolo alleato, lo trasformò poi nella costellazione del Cancro. È un dettaglio minore ma ricorrente nelle fonti, che sottolinea come l’ostilità di Era accompagni l’intero ciclo delle fatiche, intervenendo ogni volta che può per complicare il compito del figliastro.
Prima di lasciare la palude, Eracle intinse la punta delle proprie frecce nel sangue velenoso dell’Idra morta, rendendole da quel momento letali per qualunque ferita provocassero: un’arma che userà ripetutamente nelle fatiche successive, ma che si rivelerà infine fatale anche per lui stesso, quando il centauro Nesso, morente per una di quelle stesse frecce, ingannerà la moglie Deianira facendole credere che il proprio sangue fosse un filtro d’amore, condannando così l’eroe a una morte lenta e agonizzante per lo stesso veleno che aveva usato per vincere.
Euristeo, informato dell’esito, si rifiutò di conteggiare questa fatica tra le dieci originariamente pattuite, sostenendo che Eracle non l’avesse portata a termine da solo, avendo ricevuto l’aiuto di Iolao: fu così costretto ad aggiungerne altre due al computo finale, portando il totale a dodici. L’Idra di Lerna resta, nella tradizione greca, l’emblema stesso del pericolo che si moltiplica se affrontato con il metodo sbagliato, e la sua sconfitta grazie all’ingegno condiviso tra zio e nipote rimane uno degli episodi più rappresentati dell’intero ciclo delle dodici fatiche di Eracle.
