La dodicesima e ultima fatica imposta a Eracle fu concepita da Euristeo come la più impossibile di tutte: scendere negli inferi, il regno di Ade, e catturare vivo Cerbero, il cane a tre teste dalla coda di serpente che sorvegliava le porte del mondo dei morti impedendo ai vivi di entrare e ai defunti di uscire, discendenza mostruosa di Tifone ed Echidna al pari di molti degli avversari già affrontati nel corso del ciclo.
Prima ancora di poter affrontare Cerbero, Eracle dovette risolvere il problema di accedere agli inferi restando in vita, un’impresa che nessun mortale aveva mai compiuto senza conseguenze fatali. Fu iniziato ai misteri eleusini presso Eleusi, un rito sacro che secondo la tradizione preparava l’anima al viaggio nell’aldilà, e poi guidato da Ermes, il dio messaggero che accompagnava le anime dei defunti, ed Atena, fino all’ingresso del regno sotterraneo presso il capo Tenaro, nel Peloponneso meridionale.
Nel mondo dei morti, Eracle incontrò numerose ombre di eroi caduti, tra cui quella di Meleagro, e tentò persino di liberare i propri amici Teseo e Piritoo, intrappolati su un seggio di pietra come punizione per aver tentato di rapire Persefone: riuscì a strappare Teseo dal trono, ma non Piritoo, il cui corpo rimase saldamente fissato alla roccia, segno che non ogni prigionia degli inferi poteva essere sciolta nemmeno dalla forza dell’eroe più grande di tutti.
Giunto infine al cospetto di Ade e Persefone, sovrani del regno dei morti, Eracle chiese formalmente il permesso di portare Cerbero in superficie, spiegando la natura obbligata del proprio compito. Ade acconsentì, ma pose una condizione precisa: l’eroe avrebbe dovuto sottomettere la belva usando soltanto la propria forza fisica, senza alcuna arma, esattamente come già aveva fatto anni prima con il leone di Nemea nella prima fatica del ciclo.
Protetto dalla pelle impenetrabile del leone che ancora indossava come mantello, Eracle affrontò Cerbero a mani nude, afferrando il collo della belva mentre questa lo attaccava con tutte e tre le teste contemporaneamente, e la sottomise con la sola pressione muscolare fino a costringerla alla resa, proprio come nella prima delle dodici fatiche. Trascinò poi il cane, ancora ringhiante, fino in superficie e davanti a Euristeo, chiudendo simbolicamente il cerchio aperto dal leone di Nemea.
Alla vista del mostruoso Cerbero trascinato in catene nella sala del trono, Euristeo fu preso da un terrore ancora più grande di quello suscitato dalle fatiche precedenti e implorò Eracle di riportarlo immediatamente negli inferi, dichiarando conclusa la propria richiesta. L’eroe obbedì, restituendo il cane ad Ade come promesso, e con questo atto portò a termine l’ultima delle dodici fatiche: un ciclo iniziato con la follia imposta da Era e concluso con la discesa e il ritorno dal regno dei morti, il viaggio più estremo che un mortale potesse compiere nella tradizione greca.
