Periodo storico
Fonti
Shahnameh di Ferdowsi

Il terzo cimento: il drago

Il terzo degli haft khan di Esfandiyar: l'eroe si fa deliberatamente divorare da un drago mostruoso rinchiuso in un carro rivestito di lame, uccidendolo dall'interno.

Il terzo dei sette cimenti che Esfandiyar deve superare per raggiungere la fortezza di Arjasp lo mette di fronte a una minaccia di scala diversa rispetto ai lupi e ai leoni affrontati nei due cimenti precedenti: un drago di dimensioni mostruose, capace secondo le fonti di inghiottire un elefante intero, il cui alito velenoso appesta l’aria per un raggio di diversi chilometri intorno alla sua tana.

Consapevole che la sola forza fisica non basterebbe contro una creatura di queste proporzioni, Esfandiyar interrompe per la prima volta nel ciclo degli haft khan lo schema degli scontri diretti a cavallo e ricorre invece all’ingegno: fa costruire un carro da guerra rivestito internamente di lame e spuntoni acuminati, un vero e proprio dispositivo-trappola pensato non per colpire il drago dall’esterno, ma per farsi divorare deliberatamente e ucciderlo dall’interno.

Prima di mettere in atto il piano, Esfandiyar recita una preghiera a Ahura Mazda, il dio supremo della fede zoroastriana di cui è strenuo difensore, chiedendo che il sacrificio apparente del proprio corpo, rinchiuso volontariamente nel carro-trappola, si trasformi nello strumento della vittoria anziché della propria morte: è uno dei rari momenti degli haft khan in cui la narrazione sospende l’azione per un atto esplicito di devozione religiosa.

Il carro viene quindi lasciato sul sentiero battuto dal drago, che lo individua, lo scambia per una preda e lo inghiotte intero senza esitazione. Nel momento in cui le fauci del mostro si richiudono attorno al carro, le lame interne si conficcano nella carne e nella gola della bestia, lacerandola dall’interno mentre Esfandiyar, protetto dalla struttura del carro stesso, attende che il drago, agonizzante, si accasci al suolo prima di uscire e sferrare il colpo finale con la propria spada.

Questo cimento segna una svolta nel modo in cui la tradizione presenta l’eroismo di Esfandiyar: se i due cimenti precedenti avevano dimostrato la sua forza e la sua capacità di adattamento tattico in combattimento diretto, la vittoria sul drago mostra un registro diverso, più vicino all’astuzia ingegneristica che al puro valore marziale, un tratto che lo accosta ad altri eroi delle mitologie del mondo capaci di sconfiggere un mostro non affrontandolo a viso aperto ma volgendo contro di esso la propria stessa natura predatoria.

Uscito illeso dal ventre del drago, Esfandiyar riprende la marcia verso Arjasp, ma il quarto cimento che lo attende non sarà una bestia da abbattere con la forza o con l’inganno fisico, bensì una strega capace di manipolare la percezione stessa della realtà, una prova che richiederà a Esfandiyar un tipo di vigilanza mai messo alla prova nei cimenti precedenti.

Il motivo del carro-trappola usato per farsi inghiottire da un mostro e ucciderlo dall’interno ricorre, con varianti, in diverse tradizioni eroiche dell’Asia centrale e del vicino oriente antico, ma nello Shahnameh assume un significato particolare legato alla figura di Esfandiyar come principe zoroastriano: la vittoria non nasce dalla forza bruta né da un dono soprannaturale, come l’invulnerabilità che lo protegge dalle armi convenzionali, ma da un calcolo lucido che intreccia fede religiosa, tecnologia bellica e disponibilità al rischio estremo, tre elementi che Ferdowsi presenta come altrettanto costitutivi dell’identità eroica del personaggio quanto la sua forza fisica.

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