Periodo storico
Fonti
Shahnameh di Ferdowsi

Il secondo cimento: il leone e la leonessa

Il secondo degli haft khan di Esfandiyar: l'eroe affronta da solo un leone e una leonessa che attaccano in coppia, superando la prova grazie alla capacità di adattare la tattica in corso di combattimento.

Superato il primo cimento contro i due lupi, Esfandiyar riprende la marcia verso la fortezza di Arjasp, ma il secondo ostacolo lungo la via degli haft khan si rivela ancora più insidioso: una coppia di leoni, maschio e femmina, appostati in un bosco che l’esercito deve necessariamente attraversare per proseguire il cammino verso Turan.

A differenza dei lupi del primo cimento, descritti dalle fonti come creature quasi soprannaturali per dimensioni e ferocia, il leone e la leonessa di questo secondo episodio sono presentati come animali reali, sebbene di forza eccezionale: la loro pericolosità non sta nella natura magica, ma nella tattica di caccia coordinata con cui i due felini si dividono il compito di attaccare, costringendo chiunque li affronti a fronteggiare contemporaneamente due direzioni di assalto.

Come già nel primo cimento, Esfandiyar rifiuta l’aiuto dei suoi uomini e si fa avanti da solo, ripetendo il gesto che i commentatori dello Shahnameh leggono come un rituale di legittimazione: ogni cimento superato in solitudine rafforza la sua autorità di comandante agli occhi dell’esercito, mentre un’eventuale vittoria collettiva avrebbe sminuito il valore iniziatico del viaggio verso la fortezza di Arjasp.

Il combattimento si svolge in due fasi distinte: Esfandiyar affronta prima il leone maschio, che gli si avventa contro ruggendo, e lo abbatte con la mazza a testa di bue dopo aver schivato il primo balzo scartando di lato in sella al cavallo; la leonessa, vista cadere il compagno, cambia tattica e tenta un attacco laterale, sperando di cogliere di sorpresa l’eroe mentre è ancora concentrato sul corpo del primo animale, ma viene anch’essa intercettata e uccisa prima di poter chiudere la presa.

Il superamento di questo secondo cimento consolida agli occhi dell’esercito la fama di Esfandiyar come combattente capace di adattarsi a minacce di natura diversa: se i lupi del primo cimento richiedevano soprattutto rapidità e forza bruta, il leone e la leonessa mettono alla prova la sua capacità di leggere la tattica dell’avversario e reagire senza esitazione al cambio di strategia, una qualità che tornerà decisiva nei cimenti successivi contro avversari sempre più astuti, come la strega del quarto cimento.

Con la vittoria sui due leoni, l’esercito riprende il cammino verso il territorio più interno di Turan, dove ad attendere Esfandiyar non sarà più una creatura di carne e sangue, per quanto formidabile, ma il terzo cimento: un drago capace di inghiottire un elefante in un solo boccone, contro cui la sola forza fisica non basterà più a garantire la vittoria.

Alcuni manoscritti dello Shahnameh riportano varianti minori su questo cimento: in certe redazioni regionali i due felini vengono sostituiti da una tigre e dal suo compagno, oppure il numero degli animali affrontati sale a quattro, con l’aggiunta di due cuccioli che Esfandiyar risparmia deliberatamente, rifiutandosi di ucciderli poiché non rappresentano più una minaccia diretta una volta caduti i genitori. Questo dettaglio, assente nelle versioni più canoniche del poema, viene talvolta letto dai commentatori come un’aggiunta successiva intesa a bilanciare la ferocia degli haft khan con un gesto di misericordia, in linea con l’immagine di Esfandiyar come difensore della giustizia zoroastriana più che semplice cacciatore di mostri.

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