Il quarto dei sette cimenti di Esfandiyar introduce nel ciclo un tipo di pericolo mai affrontato prima: non una bestia da colpire con la mazza o un mostro da vincere con l’ingegno meccanico, ma una strega capace di alterare la percezione della realtà stessa, un’insidia che richiede vigilanza mentale più che forza fisica o coraggio in battaglia.
Mentre l’esercito avanza verso il territorio più interno di Turan, una donna di aspetto seducente si presenta lungo il cammino offrendo cibo e vino avvelenati con incantesimi, nella speranza di indebolire Esfandiyar e i suoi uomini prima di rivelare la propria vera natura demoniaca: le fonti concordano nel descriverla come una creatura al servizio delle forze del male che Zarathustra, il profeta della fede difesa da Esfandiyar, combatte nella dottrina zoroastriana, rendendo questo cimento tanto una prova fisica quanto un episodio di affermazione religiosa.
Esfandiyar riconosce l’inganno prima che il resto dell’esercito ne sia vittima, un dettaglio che i commentatori dello Shahnameh leggono come prova della sua saggezza oltre che del suo valore: a differenza dei cimenti precedenti, dove la minaccia era visibile fin dal primo istante, qui il pericolo si nasconde dietro un’apparenza gradevole, e il vero eroismo consiste nel vedere oltre la maschera prima di agire.
Una volta smascherata, la strega tenta di fuggire trasformandosi rapidamente in forme diverse per sfuggire alla cattura, ma Esfandiyar la insegue senza lasciarsi ingannare da nessuna delle metamorfosi, fino a intrappolarla e costringerla, prima di ucciderla, a confessare la propria natura e il patto stretto con le potenze del male che infestano il territorio turanico attraversato dall’esercito persiano.
La vittoria sulla strega chiude quella che la tradizione considera la parte più “oscura” del ciclo degli haft khan, distinta dai cimenti fisici dei lupi, dei leoni e del drago per il suo carattere quasi teologico: Esfandiyar non sta più soltanto dimostrando la propria forza fisica, ma la propria capacità di discernimento morale, un tema che Ferdowsi riprenderà su scala più ampia nel racconto del duello finale contro Rostam, dove la stessa qualità di giudizio verrà messa alla prova in circostanze ben più tragiche.
Con la strega sconfitta, il cammino verso la fortezza di Arjasp si fa ancora più impervio: il quinto cimento vedrà Esfandiyar affrontare il Simurgh, il leggendario uccello sapiente della mitologia persiana, un incontro che porterà il ciclo dalla dimensione del combattimento a quella, ancora più rarefatta, del confronto con una creatura dotata di intelligenza e parola.
Nella letteratura persiana successiva, l’episodio della strega dei cimenti di Esfandiyar è stato spesso accostato ad altre figure femminili ambigue dell’epica iranica, capaci di sedurre e ingannare i guerrieri con doni avvelenati o illusioni sensoriali: un motivo narrativo che attraversa lo Shahnameh in più punti e che i filologi hanno collegato a più antiche tradizioni zoroastriane sulle pairika, spiriti femminili malevoli menzionati già nell’Avesta come agenti di corruzione e inganno contrapposti alle forze ordinatrici di Ahura Mazda, di cui Esfandiyar si professa devoto difensore fin dal principio del racconto.
