Periodo storico
Fonti
Shahnameh di Ferdowsi

Il sesto cimento: la tormenta di neve

Il sesto degli haft khan di Esfandiyar: l'eroe guida l'esercito attraverso una violenta tormenta di neve, superando una prova di resistenza e fede più che di combattimento.

Il sesto cimento affrontato da Esfandiyar lungo la via verso la fortezza di Arjasp non presenta un avversario vivente da sconfiggere, ma un pericolo impersonale e per questo ancora più difficile da fronteggiare con la sola forza o astuzia: una tormenta di neve furiosa che si abbatte sull’esercito persiano mentre attraversa i valichi montani ai confini di Turan, minacciando di annientare i soldati con il gelo prima ancora che possano avvistare le mura del nemico.

Le fonti descrivono la tormenta come talmente violenta da far smarrire ogni riferimento visivo: la neve cade fitta al punto da nascondere il cielo e la terra, e il vento gelido disperde le truppe, separando i reparti e minacciando di far morire assiderati uomini e cavalli in un territorio già ostile per la sua natura montuosa e impervia.

Esfandiyar affronta questo cimento in un modo diverso da tutti i precedenti: non c’è un nemico da colpire con la mazza né un inganno da smascherare, ma solo la necessità di tenere unito l’esercito, guidarlo fisicamente attraverso la tormenta e mantenere alto il morale dei soldati che, secondo alcune versioni del racconto, iniziano a disperare della sopravvivenza propria e dei compagni caduti lungo il cammino innevato.

Con una preghiera rivolta ad Ahura Mazda, la stessa divinità invocata prima dello scontro con il drago, Esfandiyar chiede che la tormenta si plachi in tempo per salvare quanti più uomini possibile: secondo la tradizione la sua fede viene ricompensata quando il vento inizia a calare e la neve a diradarsi, permettendo ai superstiti di ritrovare la via e riprendere la marcia verso la meta finale del viaggio.

Questo cimento occupa un posto particolare nel ciclo degli haft khan proprio per l’assenza di un nemico da sconfiggere in senso tradizionale: mentre i cimenti dei lupi, dei leoni, del drago e del Simurgh richiedono a Esfandiyar di dimostrare forza e ingegno contro creature ostili, e quello della strega richiede discernimento morale, la tormenta di neve mette alla prova soltanto la resistenza, la leadership e la fede dell’eroe di fronte a una minaccia che nessuna arma può colpire direttamente.

Con la tormenta superata, non resta che l’ultimo e più temibile dei sette cimenti: l’assedio della Rocca di Bronzo, la fortezza fortificata di Arjasp dove sono imprigionate le sorelle di Esfandiyar, la meta finale di un viaggio che ha già messo alla prova ogni aspetto del carattere del principe persiano.

Il motivo della tormenta come prova non affrontabile con le armi trova un parallelo strutturale in altri cicli eroici della mitologia mondiale, dove agli scontri con mostri e nemici concreti si affianca sempre almeno una prova contro le forze impersonali della natura, spesso lette come manifestazione diretta della volontà divina piuttosto che come semplice ostacolo fisico. Nello Shahnameh, la scelta di collocare questo cimento proprio al penultimo posto della sequenza, subito prima dell’assedio finale, sottolinea come la vittoria su un nemico intelligente richieda prima la dimostrazione che l’eroe sa sopravvivere anche quando non c’è nulla contro cui combattere se non la propria stessa resistenza fisica e spirituale, in un crescendo di prove che culmina proprio nella conquista della Rocca di Bronzo.

Dettagli
Sintesi della trama
Varianti del mito
Morale e insegnamento
Tipo di mito
Torna in alto