Periodo storico
Fonti
Shahnameh di Ferdowsi

Il quinto cimento: il Simurgh

Il quinto degli haft khan di Esfandiyar: l'eroe affronta e uccide il Simurgh in difesa del proprio nido, in un episodio che anticipa il ruolo della stessa creatura nella tragica morte finale dell'eroe.

Il quinto cimento degli haft khan porta Esfandiyar di fronte al Simurgh, l’uccello leggendario della mitologia persiana, dotato di saggezza millenaria e capacità di parola, già noto nella tradizione iranica come guida e protettore di eroi in difficoltà, tra cui, in altre parti dello Shahnameh, lo stesso Zal, padre di Rostam, allevato proprio dal Simurgh dopo essere stato abbandonato alla nascita.

A differenza dei cimenti precedenti, in cui il nemico incarnava senza ambiguità una minaccia da eliminare, l’incontro con il Simurgh introduce una complicazione morale: la creatura non attacca per istinto predatorio né per malvagità, ma difende il proprio nido e i propri piccoli dall’avvicinarsi dell’esercito persiano, ponendo Esfandiyar di fronte alla scelta se affrontare una creatura che, a differenza dei mostri precedenti, agisce per legittima protezione della prole piuttosto che per pura ostilità.

Le versioni più diffuse del racconto narrano che Esfandiyar, pur riconoscendo la nobiltà dell’avversario, non può permettersi di deviare dalla missione affidatagli dal padre Goshtasp: attacca dunque il Simurgh in volo, prima con le frecce e poi in corpo a corpo quando l’uccello, ferito, tenta ancora di difendere il proprio territorio, fino a ucciderlo dopo uno scontro descritto come il più aereo e vertiginoso dell’intero ciclo dei cimenti.

Alcuni commentatori dello Shahnameh hanno notato come questo cimento contenga un’ombra di presagio funesto: il Simurgh, in altre parti del poema, è proprio la creatura che rivelerà a Rostam il segreto della vulnerabilità di Esfandiyar agli occhi, portando indirettamente alla morte del principe nel duello finale. La vittoria di Esfandiyar sul Simurgh in questo cimento anticipa così, per chi conosce l’intero arco narrativo dello Shahnameh, il ruolo che lo stesso animale, o la sua stirpe, giocherà nella tragedia che chiuderà la vita dell’eroe.

Il quinto cimento segna anche un cambio di registro nel ciclo: dopo la prova morale della strega, lo scontro con il Simurgh mescola nuovamente l’azione fisica a una dimensione quasi tragica, in cui la vittoria non è mai del tutto priva di ombre, un tratto che distingue gli haft khan di Esfandiyar da cicli di imprese più lineari, dove ogni successo è motivo di gloria incondizionata senza contropartite morali.

Superato anche questo cimento, l’esercito di Esfandiyar deve affrontare un pericolo di natura completamente diversa: non più una creatura vivente da sconfiggere in duello, ma le forze stesse della natura, in una tormenta di neve capace di annientare un intero esercito prima ancora che raggiunga le mura della fortezza di Arjasp.

Il Simurgh occupa un posto speciale nel bestiario mitologico persiano ben oltre gli haft khan di Esfandiyar: identificato in epoca successiva con la figura mistica descritta nel poema sufi “Il verbo degli uccelli” di Farid al-Din Attar, dove trenta uccelli in cerca del Simurgh scoprono di essere essi stessi, collettivamente, l’oggetto della propria ricerca, l’animale porta con sé un significato che va oltre il singolo episodio guerresco raccontato nello Shahnameh. Questa stratificazione simbolica rende la sua uccisione da parte di Esfandiyar un momento particolarmente carico di ambiguità nella ricezione critica del poema, letto da alcuni commentatori come un atto necessario al compimento della missione e da altri come un segno della hybris che condurrà l’eroe verso la propria rovina.

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