Periodo storico
Fonti
Shahnameh di Ferdowsi

Il settimo cimento: la Rocca di Bronzo

Il settimo e ultimo degli haft khan di Esfandiyar: travestito da mercante, l'eroe si infiltra nella Rocca di Bronzo di Arjasp, libera le sorelle prigioniere e chiude il ciclo dei sette cimenti.

Il settimo e ultimo cimento di Esfandiyar lo porta finalmente davanti alla meta di tutto il viaggio: la Rocca di Bronzo, Ruyin Dezh, la fortezza inespugnabile di Arjasp dove sono rinchiuse le sorelle del principe, prigioniere fin dall’inizio della guerra fra Iran e Turan che ha dato origine all’intero ciclo dei sette cimenti.

A differenza dei sei cimenti precedenti, affrontati uno alla volta lungo il cammino da un principe che agisce sempre da solo, l’assedio della Rocca di Bronzo richiede a Esfandiyar di tornare a pensare come un comandante d’esercito: le mura della fortezza sono descritte come letteralmente rivestite di bronzo, capaci di respingere qualsiasi assalto diretto, rendendo inutile la sola forza fisica che gli era bastata per superare i cimenti dei lupi, dei leoni e del drago.

Consapevole che un attacco frontale sarebbe fallimentare, Esfandiyar ricorre a un travestimento: si presenta alle porte della fortezza mascherato da mercante, alla guida di una carovana di cammelli che nasconde, all’interno delle ceste apparentemente cariche di merci, i suoi guerrieri migliori. Arjasp, ignaro dell’inganno, permette alla carovana di entrare nella Rocca di Bronzo per commerciare, offrendo così a Esfandiyar l’accesso che nessun assedio militare avrebbe potuto garantire.

Una volta all’interno delle mura, nel cuore della notte, Esfandiyar e i suoi uomini escono dal nascondiglio e aprono le porte della fortezza all’esercito persiano rimasto ad attendere fuori: la battaglia che segue è rapida e decisiva, e si conclude con la morte di Arjasp per mano dello stesso Esfandiyar e la liberazione delle sorelle imprigionate, ponendo fine al lungo ciclo dei sette cimenti iniziato con lo scontro contro i due lupi al confine di Turan.

Il settimo cimento chiude il ciclo con un registro diverso da tutti i precedenti: se le sei prove che lo hanno preceduto celebravano la forza fisica, l’ingegno tecnico, il discernimento morale, il coraggio in volo e la resistenza alle forze della natura, l’inganno del travestimento da mercante mostra un Esfandiyar capace anche di strategia militare e di pazienza, qualità necessarie per un futuro sovrano più che per un semplice campione da battaglia. È significativo che la tradizione collochi proprio questa prova, la più politica dell’intero ciclo, come culmine e sigillo di tutte le altre.

Con la vittoria sulla Rocca di Bronzo, gli haft khan di Esfandiyar si concludono, ma la sua storia nello Shahnameh è ancora lontana dalla fine: il principe tornerà in patria da eroe, per poi essere coinvolto, non molto tempo dopo, nel tragico duello contro Rostam che lo Shahnameh presenta come il vero culmine, ben più oscuro, dell’intera parabola del personaggio.

Il motivo del travestimento da mercante per infiltrarsi in una fortezza nemica ricorre in diverse tradizioni epiche antiche come espediente narrativo per risolvere un assedio altrimenti impossibile con la sola forza militare, ma nello Shahnameh assume un peso particolare proprio perché contrasta con l’immagine di Esfandiyar costruita nei sei cimenti precedenti: un eroe che aveva sempre rifiutato l’aiuto altrui e affrontato ogni prova a viso aperto accetta qui, per l’unica volta nel ciclo, di vincere con l’inganno anziché con lo scontro diretto, un cambio di registro che i commentatori dello Shahnameh leggono come segno della maturazione del personaggio da semplice campione bellico a futuro sovrano capace di strategia politica.

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