Quando il re Goshtasp affida a Esfandiyar la missione di liberare le sorelle imprigionate nella fortezza di Arjasp, nel regno di Turan, il principe sa già di dover attraversare una via infestata da mostri e insidie magiche prima ancora di raggiungere le mura nemiche: è l’inizio dei sette cimenti, gli haft khan, che lo Shahnameh di Ferdowsi racconta con lo stesso respiro epico riservato alle imprese di Rostam.
Il primo cimento si presenta appena l’esercito varca il confine turanico: due lupi di dimensioni mostruose, alti come cavalli e con zanne capaci di sbranare un uomo intero, piombano sulla colonna in marcia seminando il panico tra i soldati. Le fonti insistono sulla loro natura non del tutto animale, descrivendoli come creature nate dalla magia nera che protegge i domini di Arjasp, poste lungo il cammino proprio per fermare chiunque tenti di raggiungere la fortezza.
Esfandiyar non delega la prova ai suoi uomini, benché il suo esercito sia numeroso e ben armato: sprona il cavallo da solo verso le due bestie, rifiutando l’aiuto della scorta con la stessa fermezza con cui più tardi affronterà ciascuno degli altri cimenti in prima persona. È un tratto che i commentatori dello Shahnameh sottolineano spesso: a differenza di altri principi che inviano campioni al proprio posto, Esfandiyar tratta ogni prova del viaggio come parte della propria iniziazione a comandante, non come un ostacolo da smaltire con la forza numerica dell’esercito.
Lo scontro con il primo lupo è rapido e diretto: Esfandiyar lo colpisce con la mazza a testa di bue, l’arma che lo accompagnerà in tutti i cimenti successivi, spezzandogli il cranio con un solo colpo sferrato a piena velocità di galoppo. La lupa, più prudente e già allarmata dalla sorte del compagno, tenta di ritirarsi verso il folto della boscaglia, ma viene raggiunta e abbattuta a sua volta prima di poter dare l’allarme al resto delle creature che sorvegliano la via per Turan.
Con la morte dei due lupi, l’esercito può riprendere la marcia, ma il cimento ha già stabilito il tono di tutto il ciclo: ogni prova successiva sarà affrontata da Esfandiyar da solo, con la sola arma della propria forza e del proprio giudizio, mentre le truppe restano a distanza, spettatrici di un’impresa che appartiene esclusivamente al principe. I narratori della tradizione orale persiana hanno spesso isolato questo primo cimento come esempio della differenza fra il coraggio bellico ordinario e l’eroismo rituale richiesto da un haft khan, un viaggio a tappe che mette alla prova non solo la forza fisica ma la disciplina e la solitudine del comandante.
Il superamento del primo cimento apre la strada al secondo, ancora più temibile: un leone e una leonessa appostati sul sentiero che porta al cuore del territorio nemico, pronti a mettere alla prova Esfandiyar con un pericolo di natura diversa, meno prevedibile della furia diretta dei lupi.
Le miniature persiane che illustrano questo episodio, prodotte a partire dal XIV secolo per le grandi copie manoscritte dello Shahnameh commissionate dalle corti timuride e safavide, raffigurano quasi sempre Esfandiyar nell’atto di colpire il lupo con la mazza mentre il cavallo si impenna, un’iconografia che sottolinea il movimento e l’urto piuttosto che la staticità della vittoria già compiuta: la scelta compositiva riflette l’attenzione della tradizione visiva persiana per il momento dinamico dello scontro, distinguendo questo cimento dalle scene più contemplative riservate ad esempio all’incontro con la strega o con il Simurgh nei cimenti successivi.
