Periodo storico
Tradizione orale haudenosaunee/algonchina, trascritta a partire dal XIX secolo
Fonti
Tradizione orale haudenosaunee; John Arthur Gibson, Concerning the League (racc. inizio XX secolo)

Turtle Island

Turtle Island
Nome cosmologico del continente nordamericano nato dal fango deposto sul dorso di una tartaruga dopo la caduta di Sky Woman.

Turtle Island — “l’Isola della Tartaruga” — è il nome con cui numerose nazioni native del Nord America, e in particolare gli Haudenosaunee (Irochesi) e gli Anishinaabe (Ojibwe), designano il continente nordamericano stesso, o più ampiamente la terra abitabile emersa dalle acque primordiali: non un semplice toponimo, ma un’affermazione cosmologica sulla natura vivente e animata del suolo su cui poggiano tutte le altre storie di questa vasta area culturale.

Nella versione haudenosaunee del mito, Turtle Island prende forma subito dopo la caduta di Sky Woman dal Mondo Celeste: gli animali acquatici, vedendola precipitare senza un luogo su cui posarsi, si adoperano per portarle in superficie un po’ di fango dal fondo dell’oceano primordiale, e dopo una serie di tentativi falliti è il piccolo e umile toporagno (o in altre varianti il castoro) a riuscire nell’impresa; il fango viene quindi deposto sul dorso di una grande tartaruga che accetta di sorreggerlo, ed è su quel dorso che la terra cresce fino a diventare il continente conosciuto oggi.

L’immagine della tartaruga come sostegno cosmico del mondo non è esclusiva degli Haudenosaunee: varianti simili compaiono, con differenze significative di dettaglio, presso molti altri popoli algonchini e irochesi dei boschi orientali del Nord America, al punto che “Turtle Island” è diventato nel tempo un’espressione condivisa e riconosciuta ben oltre i confini della singola nazione d’origine, usata oggi da attivisti e comunità indigene di tradizioni anche molto diverse tra loro come nome collettivo, rispettoso e non coloniale, per riferirsi al continente nordamericano nel suo complesso.

La forma stessa del guscio della tartaruga, diviso tradizionalmente in tredici placche dorsali maggiori circondate da un bordo di placche minori, viene spesso letta simbolicamente presso diverse nazioni native come corrispondente ai tredici cicli lunari di un anno solare, un’associazione che rinforza ulteriormente il legame concettuale tra il corpo della tartaruga, il ciclo del tempo e la terra che essa sostiene, in un sistema di corrispondenze cosmologiche coerente e diffuso.

Il racconto di Turtle Island appartiene al più ampio motivo mitologico della “terra-immersione” (earth-diver), diffuso in numerose tradizioni native nordamericane e siberiane, in cui il mondo abitabile viene recuperato da un animale che si immerge nelle acque primordiali per riportarne in superficie una manciata di terra: una struttura narrativa che accomuna popoli geograficamente lontanissimi e che testimonia quanto il tema delle acque originarie e della loro faticosa trasformazione in terra ferma sia uno dei nuclei più ricorrenti nell’immaginario cosmogonico umano.

Oggi Turtle Island resta un riferimento vivo e non semplicemente storico: viene invocato in cerimonie, discorsi pubblici e rivendicazioni territoriali come nome che riafferma la sacralità della terra e la continuità delle nazioni indigene con la propria terra d’origine, in un uso che intreccia consapevolmente memoria mitologica antica e identità politica contemporanea.

La versione anishinaabe (ojibwe) del racconto, pur condividendo con quella haudenosaunee lo schema dell'”earth-diver”, si sviluppa in un contesto narrativo diverso: qui è il grande diluvio scatenato dalla vendetta di Nanabozho contro gli spiriti delle acque profonde a rendere necessario il recupero della terra, con il piccolo topo muschiato che riesce nell’impresa dopo il fallimento di animali più grandi e apparentemente più adatti come il castoro e la lontra. Questa ricorrenza di dettagli — l’animale minore che riesce dove i più grandi falliscono, la manciata di fango che si dilata fino a formare un intero continente sul dorso di una tartaruga — attraversa decine di varianti locali raccolte tra le nazioni algonchine e irochesi dei Grandi Laghi, suggerendo una rete di scambio narrativo antico tra popoli vicini pur linguisticamente distinti, più che un’origine unica e comune.

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