Presso gli Ojibwe (Anishinaabe), popolo che occupa tradizionalmente la regione dei Grandi Laghi settentrionali, Nanabozho è la figura più complessa e ambivalente dell’intero pantheon narrativo: insieme eroe culturale benefattore e trickster imprevedibile, incarna in un’unica persona due archetipi che in molte altre tradizioni restano separati.
La sua origine è già di per sé ibrida: nato da un padre spirituale, spesso identificato con il vento dell’ovest, e da una madre umana che muore poco dopo il parto, Nanabozho cresce metà spirito e metà uomo, ereditando dal lato spirituale poteri straordinari di trasformazione — può assumere forma umana o animale, in particolare quella della lepre — e dal lato umano gli stessi limiti, desideri e debolezze che caratterizzano gli esseri mortali.
Secondo la tradizione, è Gitche Manitou, il Grande Spirito degli Ojibwe, a inviare Nanabozho sulla terra con l’incarico specifico di insegnare agli animali, e poi agli esseri umani, il modo corretto di vivere: in questa veste Nanabozho introduce tecniche di caccia e pesca, indica le piante medicinali e commestibili, e in alcune versioni del racconto partecipa persino a un secondo atto di creazione del mondo dopo un diluvio, ripetendo in scala minore il motivo dell’immersione per recuperare il fango primordiale già presente in altre cosmologie della regione dei Grandi Laghi.
Accanto a questo ruolo di educatore benevolo, però, Nanabozho agisce spessissimo mosso da fame, vanità, curiosità o semplice dispetto, ingannando altri animali per rubare loro il cibo, provocando situazioni imbarazzanti per sé stesso attraverso la propria stessa astuzia mal calcolata, o causando inavvertitamente danni permanenti al mondo che pure ha contribuito a rendere abitabile: nei racconti più cupi del ciclo, alcune delle sue trasgressioni spiegano perché la morte sia entrata definitivamente nel mondo, un prezzo pagato dall’intera umanità per un errore individuale di Nanabozho stesso.
Questa combinazione di funzione educativa e comportamento imprevedibile e spesso egoistico colloca Nanabozho in un genere di personaggi ricorrente in tutto il mondo, analizzato nel percorso tematico dedicato al trickster come motore del racconto: come molte altre figure di questo tipo, Nanabozho dimostra come il disordine provocato da un imbroglione possa paradossalmente rivelarsi generativo, introducendo nel mondo proprio quegli elementi imperfetti — errore, fatica, mortalità — che rendono possibile una vita umana riconoscibile, invece di un’esistenza artificialmente perfetta e statica.
Le storie di Nanabozho restano oggi un pilastro della trasmissione culturale ojibwe, raccontate tradizionalmente solo durante i mesi invernali, quando la terra dorme sotto la neve: una convenzione narrativa che riflette il rispetto riservato a queste storie, considerate troppo potenti per essere condivise fuori stagione, e che continua a essere osservata da molti narratori Anishinaabe anche nelle comunità contemporanee.
Il ciclo di Nanabozho comprende anche un lungo episodio dedicato al lutto e alla ricerca: quando il lupo Mahingan, suo compagno e figlio adottivo, viene ucciso dagli spiriti sottomarini dei Manitou delle acque profonde, Nanabozho attraversa una fase di rabbia distruttiva prima di architettare una vendetta elaborata, fingendosi un tronco galleggiante per avvicinarsi ai capi dei mostri acquatici: l’episodio, tra i più narrati dell’intero ciclo, mostra come anche le emozioni più umane — dolore, ira, desiderio di rivalsa — attraversino un personaggio che è insieme spirito e uomo, rendendolo un modello riconoscibile per chi ascolta la storia. In alcune varianti raccolte da etnografi tra Otto e Novecento, è proprio da questa vendetta che nasce il grande diluvio ojibwe, che Nanabozho stesso deve poi arginare radunando gli animali superstiti su una zattera, in un motivo che rispecchia da vicino altri racconti di rinascita del mondo dopo le acque presenti in molte tradizioni dei Grandi Laghi.
Il nome stesso del personaggio varia sensibilmente da una comunità Anishinaabe all’altra: accanto a Nanabozho circolano le forme Wenabozho, Manabozho e, nelle fonti in lingua inglese raccolte a partire dall’Ottocento, Nanabush, tutte riconducibili alla stessa radice ma segno di una tradizione orale policentrica piuttosto che di un unico racconto canonico. Un episodio spesso trascurato riguarda proprio l’esito del grande diluvio scatenato dagli spiriti delle acque: sulla zattera che ospita gli animali superstiti, è il piccolo topo muschiato (muskrat) a offrirsi, dopo il fallimento di castoro e lontra, per l’immersione decisiva che riporta in superficie una manciata di fango dal fondo scomparso del mondo. Da quella manciata, deposta sul dorso di una tartaruga, Nanabozho fa crescere la nuova terra: un motivo dell'”earth-diver” documentato in numerose varianti tra i popoli dei Grandi Laghi e più ampiamente in Nord America, che lega il ciclo di Nanabozho al tema, ricorrente in molte cosmogonie, della terra ricreata a partire da un frammento salvato dalla distruzione.
