Irkalla è il nome con cui i testi mesopotamici designano il regno dei morti, la “terra senza ritorno” collocata sotto la superficie terrestre e governata dalla dea Ereshkigal. Non un luogo di punizione nel senso che assumerà in tradizioni religiose successive, Irkalla è piuttosto descritta come una dimora grigia e polverosa in cui tutti i defunti, senza distinzione di rango o virtù, sono destinati a un’esistenza spettrale e priva di gioia, nutrendosi di polvere e argilla nell’oscurità perenne.
L’accesso a Irkalla è regolato da sette porte concentriche, ciascuna sorvegliata da un guardiano che spoglia chi entra di un capo di vestiario o di un ornamento, fino a lasciarlo completamente nudo davanti al trono di Ereshkigal: un rituale che nei testi simboleggia la spoliazione totale di ogni status terreno di fronte alla morte. Questa struttura a porte multiple, con la sua rigida geometria discendente, è uno degli elementi più distintivi della cosmologia mesopotamica dell’oltretomba.
Il racconto più celebre ambientato in questo regno è La discesa di Ishtar negli Inferi, in cui la dea dell’amore e della guerra tenta di penetrare in Irkalla per estendere il proprio dominio, solo per essere spogliata a ogni porta e infine uccisa dalla sorella Ereshkigal, che la fa appendere a un gancio come una carcassa. Solo l’intervento di Enki, che crea esseri capaci di impietosire la regina degli inferi, permette a Ishtar di essere riportata in vita e di risalire alla superficie.
Irkalla non è tuttavia concepita come un luogo del tutto separato dal mondo divino superiore: i testi la descrivono come parte di un ordine cosmico coerente, retto da leggi proprie che persino gli dèi maggiori devono rispettare quando vi si avventurano. Questa continuità tra i piani dell’esistenza riflette una visione mesopotamica dell’universo come sistema unitario, in cui la morte non è un’assenza di ordine ma un ordine diverso, altrettanto rigido di quello dei vivi.
Il nome Irkalla, talvolta usato anche come epiteto della stessa Ereshkigal, ricorre in numerosi lamenti funebri e incantesimi mesopotamici, a testimonianza di quanto la rappresentazione di questo regno abbia influenzato la sensibilità religiosa della regione per oltre due millenni, lasciando tracce anche nelle successive tradizioni del Vicino Oriente antico.
Diversi incantesimi contro le malattie invocavano Irkalla e la sua regina Ereshkigal come destinatarie simboliche del male da allontanare dal corpo del paziente, quasi a voler “rispedire” la sofferenza al regno da cui, secondo la credenza mesopotamica, ogni forma di decadimento traeva origine: un uso pratico e quotidiano della mitologia dell’oltretomba, ben oltre la sola narrazione dei grandi miti divini.
