Periodo storico
Abitato ininterrottamente da circa 5000 anni; sacro alla tradizione navajo dal loro insediamento nella regione
Fonti
Diné Bahaneʼ; National Park Service, Canyon de Chelly historical records; Gladys Reichard, Navajo Religion (1950)

Canyon de Chelly

Tséyiʼ ("nel canyon")
Sistema di gole sacre nell'Arizona nordorientale, dimora di Spider Woman e teatro di episodi centrali del Diné Bahaneʼ, oggi ancora abitato da famiglie navajo.

Nel cuore del territorio navajo nordorientale, nell’attuale Arizona, si apre Canyon de Chelly (pronunciato de-SHAY, dallo spagnolo che a sua volta adattava il termine navajo Tsegi), un sistema di gole di arenaria rossa profonde fino a trecento metri, abitate ininterrottamente da comunità native per quasi cinquemila anni e considerate dai Diné (Navajo) uno dei luoghi più sacri dell’intero territorio ancestrale. Il canyon non è soltanto uno scenario naturale di straordinaria bellezza, ma un vero e proprio testo sacro scolpito nella roccia, dove ogni formazione, grotta e pinnacolo porta un nome e un racconto legato alla cosmologia navajo.

Al centro del sistema di canyon si erge Spider Rock, un pinnacolo di arenaria alto oltre duecento metri che secondo la tradizione navajo è la dimora permanente di Spider Woman, la divinità tessitrice che insegnò alle prime persone l’arte del telaio. Le due strisce chiare visibili sulla sommità della roccia vengono tradizionalmente indicate come le ossa sbiancate dei bambini disobbedienti portati via dalla divinità, un racconto ancora oggi utilizzato dalle famiglie navajo come monito educativo per i più piccoli.

Canyon de Chelly compare ripetutamente nel ciclo narrativo del Diné Bahaneʼ, la grande narrazione dell’origine navajo, come teatro di episodi cruciali del viaggio delle prime persone attraverso i mondi e come luogo di rifugio durante i periodi di pericolo. La presenza di rovine ancestrali puebloan all’interno del canyon, incluse le celebri abitazioni sotto roccia di White House Ruin, testimonia inoltre una stratificazione di occupazioni umane che i Diné incorporano nella propria narrazione come traccia degli antichi abitanti, gli Anaasází, che precedettero il loro arrivo nella regione.

Il canyon fu anche teatro di uno degli eventi più drammatici della storia navajo in epoca coloniale: nel 1864, le truppe statunitensi guidate da Kit Carson condussero una campagna di distruzione sistematica dei frutteti, delle case e del bestiame all’interno del canyon, costringendo migliaia di Diné alla resa e alla deportazione forzata nota come la Lunga Marcia verso Bosque Redondo. La memoria di questo evento è oggi parte integrante della narrazione storica e spirituale del luogo, che i Diné considerano tanto sacro quanto segnato da una ferita storica ancora viva nella memoria collettiva.

La narrazione dell’intera vicenda — dalla creazione cosmologica fino agli eventi storici più recenti — trova la propria fonte principale nel Diné Bahaneʼ, raccolto e trascritto a partire dalla tradizione orale, che colloca Canyon de Chelly tra i luoghi imprescindibili della geografia sacra navajo, al pari delle quattro montagne che delimitano il territorio ancestrale del popolo.

Ancora oggi il canyon rimane abitato da famiglie navajo che vi coltivano frutteti e pascolano il bestiame secondo pratiche tramandate da generazioni, e l’accesso al fondo delle gole è consentito ai visitatori soltanto in compagnia di una guida navajo autorizzata, un requisito che riflette la volontà della comunità di preservare al contempo l’integrità ambientale e la dimensione sacra di un luogo che continua a essere abitato, coltivato e venerato piuttosto che semplicemente conservato come reperto del passato.

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