Ab Urbe Condita (“Dalla fondazione della città”) è l’opera monumentale con cui lo storico Tito Livio, vissuto tra il I secolo a.C. e il I d.C., narra l’intera storia di Roma dalle origini leggendarie fino alla propria epoca augustea, in un totale di 142 libri di cui solo 35 sono giunti fino a noi integralmente. È dal primo di questi libri superstiti, dedicato interamente al periodo regio, che proviene gran parte del materiale mitologico e leggendario su cui si fonda la conoscenza moderna delle origini di Roma.
Nel primo libro, Livio narra con voce insieme storica e narrativa gli eventi che vanno dall’arrivo di Enea nel Lazio fino alla cacciata dell’ultimo re Tarquinio il Superbo: la fondazione di Roma da parte di Romolo, il fratricidio di Remo, il ratto delle Sabine, il regno pacifico e religioso di Numa Pompilio guidato dagli insegnamenti di Egeria, fino alle vicende drammatiche degli ultimi re etruschi. Livio stesso, nella celebre prefazione, dichiara di non voler né confermare né confutare la veridicità storica di questi racconti, lasciando al lettore la libertà di considerarli poesia più che storia documentata, ma sottolineando che la loro funzione morale ed esemplare resta comunque preziosa per la formazione civica dei cittadini.
Questo atteggiamento, insieme scettico e rispettoso verso il materiale leggendario, rende Ab Urbe Condita una fonte particolarmente interessante per lo studio della mitologia romana: Livio non scrive come mitografo ma come storico, e proprio per questo la sua opera testimonia il modo in cui i Romani stessi dell’età augustea leggevano e reinterpretavano le proprie leggende fondative, trasformandole in materiale didattico per illustrare virtù e vizi che avrebbero dovuto guidare la vita pubblica e privata dei cittadini.
L’opera procede poi attraverso i secoli della Repubblica, narrando episodi che sono diventati altrettanto paradigmatici quanto quelli regi: l’assedio di Lars Porsenna con l’eroismo di Orazio Coclite e di Muzio Scevola, le guerre sannitiche, l’invasione gallica del 390 a.C. con l’episodio delle oche del Campidoglio, fino alle guerre puniche contro Annibale, narrate con un dettaglio che fa di Livio una delle fonti principali anche per la storia propriamente documentata di Roma, oltre che per quella leggendaria delle origini.
Stilisticamente, Livio adotta un registro elevato e retoricamente elaborato, costruendo discorsi diretti attribuiti ai suoi personaggi che, pur non essendo verbatim storicamente accurati, servono a drammatizzare i momenti cruciali della narrazione e a trasmettere con forza i valori che l’autore intende veicolare: la pietas, la fides, la virtus, concetti cardine dell’identità morale romana che ricorrono costantemente lungo tutta l’opera come fili conduttori dell’intera storia nazionale.
La sopravvivenza parziale di Ab Urbe Condita, unita ai riassunti tardoantichi noti come Periochae che ne sintetizzano i libri perduti, ha permesso alla tradizione successiva, medievale e rinascimentale, di conservare intatta l’ossatura narrativa della leggenda romana delle origini: senza Livio, gran parte di ciò che oggi si conosce su Romolo, Numa e i re di Roma sarebbe andato perduto o sopravvissuto solo in forma frammentaria attraverso autori successivi che a lui stesso attinsero abbondantemente.
