Periodo storico
Tradizione orale della Costa Nordoccidentale del Pacifico, trascritta a partire da fine XIX secolo
Tipologia
Divinità maggiore
Domini
Riferimenti
Fonti
Tradizione orale tlingit e haida; John Swanton, Tlingit Myths and Texts (1909)

Corvo

Yéil (in lingua tlingit)
Figura di creatore-imbroglione della costa nordoccidentale del Pacifico, che ruba sole, luna e stelle custoditi in scatole per liberarli nel mondo.

Presso i popoli Tlingit, Haida e Tsimshian della costa nordoccidentale del Pacifico, Corvo è insieme il creatore del mondo e il più irriverente degli imbroglioni: una figura ambivalente che dà forma all’universo non per virtù, ma quasi sempre per pura golosità, curiosità o vanità personale, in un contrasto netto con i creatori solenni di molte altre tradizioni.

Il racconto più celebre narra di un mondo primordiale immerso nell’oscurità totale, dove il sole, la luna e le stelle sono custoditi gelosamente dentro scatole di cedro intagliato nella casa di un potente capo, incapace di sopportare l’idea di condividerli con nessuno. Corvo, determinato a impossessarsene, si trasforma in un ago di conifera che cade nell’acqua bevuta dalla figlia del capo, la quale rimane incinta e dà alla luce un neonato: quel neonato è Corvo stesso, rinato per potersi avvicinare senza sospetti alle scatole custodite dal nonno.

Crescendo rapidamente nella casa del capo, il bambino-Corvo piange e implora finché non gli vengono concesse, una dopo l’altra, prima le stelle, poi la luna, infine la scatola contenente il sole: non appena le ha tutte tra le mani, riprende la propria forma di uccello e vola via attraverso il foro del camino, liberando nel cielo le stelle e la luna e portando infine il sole fuori dalla casa, dove per la prima volta la luce inonda il mondo intero.

Oltre a portare la luce, a Corvo vengono attribuite numerose altre imprese fondative: la creazione degli esseri umani, spesso plasmati da un guscio di conchiglia o da argilla, la liberazione dell’acqua dolce imprigionata da un uomo egoista, e persino l’invenzione delle maree, ottenuta ingannando lo spirito che le controllava. In quasi tutte queste storie il tratto costante non è la benevolenza calcolata, ma l’astuzia messa al servizio di un desiderio personale che, per una serie di conseguenze impreviste, finisce comunque per avvantaggiare l’intera creazione.

Questa figura di trasformatore che ruba qualcosa di prezioso custodito da un’autorità gelosa per donarlo, anche involontariamente, all’umanità intera, ricorda da vicino Prometeo, il titano greco che sottrae il fuoco agli dèi per farne dono ai mortali: a differenza di Prometeo, punito eternamente per la propria scelta consapevole e altruistica, Corvo agisce mosso da un impulso egoistico e non paga mai un prezzo paragonabile per le proprie astuzie, restando una figura più ambigua e meno tragica del suo corrispettivo greco.

Corvo rimane oggi la figura più rappresentata nell’arte tradizionale della costa nordoccidentale, scolpita su pali totemici, maschere cerimoniali e travi delle case dei clan: la sua immagine, riconoscibile dal lungo becco ricurvo, segna l’appartenenza di intere famiglie e clan al proprio lignaggio, poiché tra Tlingit e Haida la discendenza matrilineare è tradizionalmente divisa proprio tra il clan del Corvo e quello dell’Aquila.

Le storie di Corvo non formano un ciclo unico e coerente come un’epica scritta, ma un insieme fluido di episodi spesso contraddittori tra loro, raccontati e adattati di villaggio in villaggio lungo tutta la costa, dall’Alaska sudorientale fino alla Columbia Britannica: in alcune versioni Corvo è presente fin dall’inizio del tempo, in altre nasce da genitori precedenti, in altre ancora convive con esseri umani già esistenti che aiuta o inganna a seconda dell’episodio. Questa varietà non è considerata un difetto dai narratori tradizionali, ma una ricchezza: ogni clan e ogni famiglia custodisce il diritto di raccontare le proprie versioni particolari delle imprese di Corvo, spesso legate a specifici pali totemici o stemmi di famiglia che ne rivendicano la discendenza simbolica.

La documentazione più sistematica di questo ciclo narrativo si deve all’antropologo Franz Boas, che agli inizi del Novecento raccolse presso i Tsimshian di Metlakatla numerose varianti delle imprese di Corvo, pubblicandole nella monografia Tsimshian Mythology (1916), tuttora una delle fonti primarie più citate per lo studio comparato della mitologia della costa nordoccidentale. Alcuni narratori tlingit distinguono inoltre due figure sovrapposte sotto lo stesso nome: Yehl, il Corvo dignitoso e distante che presiede all’ordine cosmico come creatore, e il Corvo impulsivo e vorace protagonista degli episodi più scanzonati; la maggior parte delle versioni raccolte, tuttavia, fonde le due nature in un unico personaggio contraddittorio, capace nello stesso racconto di fondare il mondo e di comportarsi in modo meschino. La struttura stessa di Corvo come creatore-imbroglione trova un confronto diretto, esplorato nel percorso tematico Il trickster nordamericano: Corvo e Nanabozho a confronto, con l’analoga figura ambivalente diffusa presso i popoli algonchini delle Grandi Pianure e dei Grandi Laghi.

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