Prometeo, il cui nome significa “colui che pensa prima” ovvero “preveggente”, è un Titano della mitologia greca celebre soprattutto per aver rubato il fuoco agli dèi e averlo donato all’umanità, un atto di ribellione che gli costò una punizione eterna per volere di Zeus. Il fuoco rubato agli dèi, dono trasformativo per l’umanità pagato con una punizione eterna, è l’archetipo del prezzo della conoscenza esaminato in Il dono e la maledizione della sapienza a confronto.
Secondo la tradizione, Prometeo aveva già ingannato Zeus in un’occasione precedente, durante la spartizione delle carni di un sacrificio tra dèi e uomini: nascose le parti migliori sotto uno strato di pelle e stomaco poco invitante, e le ossa sotto grasso appetitoso, inducendo Zeus a scegliere per gli dèi la porzione peggiore. Fu forse per vendicarsi di questo inganno che Zeus privò gli uomini del fuoco, prima che Prometeo lo restituisse loro rubandolo dal carro del Sole o dalla fucina di Efesto.
Per punizione, Zeus fece incatenare Prometeo su una rupe del Caucaso, dove ogni giorno un’aquila gli divorava il fegato, che ricresceva ogni notte per perpetuare il supplizio in eterno. Fu liberato solo molte generazioni dopo dall’eroe Eracle, che uccise l’aquila e spezzò le catene, con il consenso di Zeus stesso.
Simbolo della ribellione contro l’autorità divina e del progresso tecnico e civile portato all’umanità a caro prezzo, Prometeo è diventato nel corso dei secoli una figura archetipica ripresa da autori come Eschilo nel “Prometeo incatenato” e reinterpretata in innumerevoli opere della cultura occidentale.
Nella tragedia Prometeo incatenato di Eschilo, il Titano è incatenato a una rupe del Caucaso, dove un’aquila gli divora il fegato ogni giorno, organo che si rigenera durante la notte per perpetuare il supplizio in eterno; secondo la stessa tragedia, Prometeo — che vi si dichiara figlio di Temi — conosce un segreto capace di minacciare il trono stesso di Zeus: la profezia secondo cui un figlio nato dall’unione tra il sovrano degli dèi e la ninfa Teti lo avrebbe un giorno detronizzato, esattamente come Zeus aveva fatto con Crono. Prometeo rifiuta ostinatamente di rivelare l’identità della donna a Zeus finché non verrà liberato, in un braccio di ferro tra i due che costituisce il nucleo drammatico dell’opera. La sua liberazione arriva infine per mano di Eracle, che durante una delle sue fatiche uccide l’aquila tormentatrice con una freccia; a rendere possibile la sua immortalità recuperata contribuisce inoltre il centauro Chirone, che, ferito in modo incurabile e desideroso di porre fine al proprio dolore eterno, accetta di cedere volontariamente la propria immortalità a Prometeo, permettendogli finalmente di morire e dunque di essere liberato dal supplizio.
